Sono migliaia, ormai è accertato, gli uomini provenienti da paesi lontani dal teatro degli scontri arruolatisi nello spietato esercito dell'ISIS, il sedicente "Stato islamico" che combatte per invadere ampi territori di Iraq e Siria, terrorizzando ed uccidendo chi incontra sulla propria strada, decapitando prigionieri ed imponendo conversioni all'Islam (beninteso il "loro" Islam) o perpetrando altri tipi di soprusi.
Sono migliaia, e la stragrande maggioranza di essi è partita dall'Europa o dal Nord America o da aree comunque appartenenti al "primo mondo" ricco, sviluppato e, in teoria, "cristiano". Si tratta per lo più di immigrati di seconda o terza generazione da paesi islamici, o addirittura di occidentali "doc" passati armi e bagagli con i peggiori nemici della loro stessa gente quasi inspiegabilmente, come questi due bei tomi di Nasser Muthana e Maxime Hauchard, rispettivamente un immigrato di seconda generazione nel Galles ed un autentico francese nato cattolico e poi convertitosi al credo di Allah nella versione ultraradicale praticata dall'ISIS; insomma: due classici giovani "della porta accanto" che diresti perfettamente integrati in questo mondo dell'opulenza (crisi o non crisi non saranno mai neppure lontanamente paragonabili le condizioni di vita in queste regioni della Terra con quelle di chi ne è fuori), di ogni sorta di diritto garantito, di condizioni di "pace" date quasi per scontate.
Invece dobbiamo seriamente interrogarci su quali responsabilità possa avere proprio questa nostra bella "società" nello scattare di una simile molla nelle teste di giovani che ci sembrerebbe non potessero desiderare di meglio dalla vita e dall'ambiente in cui sono cresciuti.
Naturalmente non sono mai giustificabili scelte criminali, nè si può negare che i paesi del cosiddetto "nord del mondo" rimangano comunque di gran lunga oggettivamente i migliori in cui nascere e vivere sotto ogni punto di vista, o che il benessere derivato dal progresso tecnologico e dalle possibilità di scelta sul mercato, così come le libertà individuali e i diritti civili garantiti dai sistemi liberali, siano beni di un valore inestimabile, checchè possano dirne i sognatori di utopistiche "decrescite" o di romantici ritorni a circostanze e stili di vita propri di un passato non più riproponibile.
Tuttavia non bisogna neppure sottovalutare il rovescio di questa apparentemente irreprensibile medaglia: innanzitutto il materialismo, cosciente o meno, cui ci ha portato l'avere ormai superato, come società, ogni problema per il procacciamento di quanto primariamente necessario alla vita e quindi una continua tensione mirante solo alla ricerca del sempre più superfluo; la generale perdita del senso di appartenenza ad una grande civiltà, della conoscenza delle sue radici e del culto delle sue tradizioni, per appiattirsi su mode mentecatte fatte apposta per chi è disposto a rinunciare a far funzionare autonomamente ciò che gli riempie la scatola cranica, distinguendosi da una massa amorfa fatta solo per essere di fatto sottomessa e manovrata senza che essa stessa neppure se ne accorga. E poi la mancanza di scopi autentici e vitali per cui lottare, che ha portato noi popoli gonfi di benessere a soddisfare il bisogno fisiologico umano di combattere comunque sempre per qualcosa lanciandoci in "battaglie" deficienti come l'animalismo o l'ambientalismo esasperati e fanatici, mentre veri valori tradizionali sono andati persi di vista alla grande, nel rilassamento dei costumi generale e nel rammollimento in cui è inesorabilmente precipitata l'attuale società occidentale: il senso civico, il senso dell'autorità, della famiglia, della Patria, Patria che riassume poi il patrimonio comune di tutti noi, le nostre istituzioni e la nostra stessa libertà, circa i quali dobbiamo essere consci che sono sempre in potenziale pericolo e che vanno difesi con qualunque mezzo proporzionato alla minaccia; e invece tendiamo a credere che la "pace" sia un bene acquisito una volta per sempre e sembriamo ancora gli eredi di quei poveri di spirito (non in senso evangelico, e quindi non "beati") che, trenta e passa anni fa, starnazzavano "meglio rossi che morti", ovvero: meglio perdere la libertà e la dignità sotto i colpi di un invasore (all'epoca i "rossi", cioè i comunisti) piuttosto che difenderle con le unghie e con i denti, se occorre, in una giusta guerra di difesa (che, ovvio, qualche "morto" sul terreno mica può evitare di lasciarlo), come sarebbe nel più naturale e genuino ordine delle cose, tra uomini e popoli degni di tali nomi.
A tutto questo decadimento, duole ammetterlo, ha contribuito non poco anche la stessa Chiesa cattolica, un tempo portabandiera fiero e sicuro dei valori religiosi, filosofici e morali che hanno fatto grande la civiltà dell'Occidente, ed oggi non più sempre altrettanto ferma nel sostenerli con uguale coerenza, assumendo troppe volte atteggiamenti non netti, fatti per piacere un po' a tutti, assecondanti quella rinuncia alla difesa virile della propria identità e dei propri eterni valori pur di non guastare un comodo e codardo quieto vivere, puramente materiale, con tutti, che ci illudiamo possa essere la vera condizione ottimale di vita, poichè, come scrive Roberto de Mattei, "chi professa l'ecumenismo e il pacifismo a oltranza dimentica che esistono mali più profondi di quelli fisici e materiali, e confonde le conseguenze rovinose della guerra sul piano fisico con le sue cause, che sono morali e risalgono alla violazione dell'ordine, in una parola a quel peccato che solo può essere sconfitto dalla Croce".
A questo punto è doveroso chiedersi che può fare, e a quali pericoli può andare seriamente incontro, una persona, specie se giovane, che sentisse anche solo confusamente il disagio di appartenere ad una società in deficit di spiritualità, senza più punti di riferimento certi nè l'energia di operare fermamente per qualcosa in cui si crede. Semplice: rischia di approdare, per sfuggire ad un eccesso, all'eccesso opposto, se non è possibile una giusta ed equilibrata scelta di mezzo, vale a dire di lasciarsi alle spalle un contesto che non dà più alcuno spazio ad idealismo ed affermazione di un'identità per un altro che invece ne dà troppo.
E' quello che hanno fatto questi figli che la nostra società ha cresciuto credendo che omogeneizzati, videogiochi e musica rock fossero tutto ciò di cui chi nasce nella parte più privilegiata del pianeta abbia bisogno; invece loro, ciò di cui sentivano davvero la mancanza, sono andati a cercarselo nel più tragico e distruttivo dei modi.
A noi il compito di riflettere su quali siano le nostre responsabilità collettive per il punto a cui si è giunti, e su cosa si possa fare per porvi almeno parzialmente rimedio, qualora ancora si sia ancora in tempo.
Tommaso Pellegrino
giovedì 20 novembre 2014
venerdì 29 agosto 2014
CATTOLICESIMO E GUERRA
Sono ancora i fatti tragici di cui ci giunge notizia, in questi giorni, dal Medio Oriente e soprattutto da Siria ed Iraq, fatti che presentano aspetti inediti, malgrado il prolificare di ogni sorta di conflitti, soprusi e violenze, da quelle parti, sia purtroppo una costante ormai da moltissimi anni, per via del tipo di minaccia che si è venuto a concretizzare, della sconvolgente brutalità delle azioni omicide e di pulizia etnica messe in atto e dal fatto che siano, per la prima volta da tempo, intere comunità cristiane a vedere a rischio la propria stessa esistenza fisica, a spingerci a qualche riflessione e precisazione su quali reazioni siano effettivamente da considerarsi lecite, ed anzi doverose, secondo l'autentica Dottrina cattolica tramandatasi nei secoli e non contestabile da nessuno che voglia mantenersi rigorosamente fedele agli insegnamenti della Chiesa, quali misure di difesa estreme in situazioni di pericolo eccezionali, nelle quali belle parole e preghiere assolutamente non possano più bastare.
Il Cristianesimo nasce indubbiamente quale portatore di un rivoluzionario messaggio di perdono delle offese subite, di amore e di pace, in un'epoca in cui guerre di conquista, ribellioni violente e leggi del taglione, peraltro sanzionate dalle stesse religioni preesistenti, sono allegramente all'ordine del giorno. L'insegnamento del Cristo è invece di amare chi ci odia e di porgere l'altra guancia, il che, sebbene, sia chiaro, non voglia per nulla dire trasformarsi in imbelli rinunciatari all'affermazione della giustizia terrena e alla legittima difesa, costituisce pur sempre un fatto scioccante senza significativi precedenti e destinato a non essere molto ricalcato neppure dalle altre fedi che vedranno la luce in seguito, in particolare proprio da quell'Islam al centro della tragedia che si sta oggigiorno consumando: è appunto il libro sacro dei musulmani, il Corano, ad esempio, a prescrivere (IX,5): "Uccidete i politeisti, ovunque li troviate, (...), assediateli ed opponetevi ad essi, in tutte le loro imboscate".
E non si tratta soltanto di "teoria" o di espressioni metaforiche: già lo stesso fondatore di quella religione, Maometto (e non, quindi, qualche suo successore d'epoca posteriore, che potrebbe anche avere travisato un diverso messaggio originario), prima di morire conquista a mano armata fior di territori e dissemina la sua strada di cadaveri. Ricordiamo tutti lo sbottare del compianto don Gianni Baget Bozzo, in una trasmissione televisiva di qualche anno fa, contro il bellimbusto di turno che intendeva spacciare la solita favoletta dell'Islam "religione di pace": "Basta! Non possiamo mettere sullo stesso piano il Cristianesimo, che è nato con i martiri, con l'Islam, che è nato con la spada in mano!".
Fermi nei propri propositi, infatti, i cristiani muovono i loro primi passi all'interno dell'Impero Romano pagano: non rivestendo ancora nessuno di essi responsabilità politiche, possono permettersi di non porsi neppure il problema di eventuali guerre con altri popoli, offensive o difensive che siano, le quali rimangono, ovviamente, affari dell'Imperatore, mentre, allo scatenarsi delle persecuzioni, riguardo alle loro stesse persone, mettono eroicamente in pratica la nonviolenza evangelica avviandosi, per lo più inermi e sereni, incontro al martirio.
Nell'anno 380, però, il Cristianesimo, già religione "lecita" e parecchio favorita sotto Costantino, diviene, con l'Imperatore Teodosio, addirittura religione di stato nonchè l'unica consentita entro i confini dell'Impero.
Di fronte alla nuova responsabilità del governo della più grande potenza del mondo, non si può più ignorare il fatto che non è possibile escludere a priori che ci si possa trovare costretti ad affrontare, prima o poi, un conflitto armato, non fosse altro come "extrema ratio" contro aggressioni violente ed inique ed in difesa dei giusti.
La Fede cristiana, come già detto, non ha mai negato a nessuno in alcuna delle sue fonti, a partire da quelle evangeliche, il diritto alla legittima difesa individuale o collettiva: nel 3° capitolo del Vangelo di Luca, ad alcuni soldati che gli chiedono cosa debbano fare per farsi battezzare, Giovanni Battista risponde di accontentarsi delle loro paghe e di non portare via soldi a nessuno con la violenza, non certo di cambiare mestiere in quanto quello del militare abbia qualcosa di sconveniente, e Cristo permette senza problemi che Pietro (come presumibilmente anche altri apostoli) porti una spada con sè. Nello stesso esercito della Roma pagana, poi, i cristiani non mancavano di certo e molti sono gli episodi di martirio di soldati rifiutatisi di sacrificare agli dei pagani o di compiere stragi, come nel caso della famosa "legione tebana" comandata da S. Maurizio.
Sorge quindi l'esigenza di regolamentare teologicamente la materia "guerra", al fine di stabilire a quali condizioni questa possa considerarsi lecita e quali siano i limiti da non superare affinchè non si cada nell'infrazione della legge divina. Nel 19° libro della sua monumentale opera "De civitate Dei", scritta tra il 413 ed il 426, sullo sfondo di un Impero ormai sconvolto dalle invasioni barbariche, è il Padre della Chiesa S. Agostino a farlo, affermando che, quando aggressori ingiusti rompono il "tranquillitas ordinis" (cioè la pace internazionale) e mettono in pericolo un popolo, le autorità di questo popolo hanno il dovere di difenderlo e di operare per ripristinare le condizioni minime di un assetto internazionale regolato dal diritto, se necessario con la forza militare.
Secoli dopo, S. Tommaso d'Aquino, nella sua "Summa theologiae", parla di una possibile "guerra giusta" a patto che: a) sia indetta da capi di stato e non da "privati" (moderno principio del monopolio statale dell'uso della forza); b) abbia una causa giusta, ovvero ripari ad ingiustizie; c) sia condotta con retta intenzione, con carità, senza crudeltà o cupidigia, per amore della pace e per soccorso ai buoni. Anche se guidata da una legittima autorità e per una giusta causa, una guerra può infatti divenire illecita se animata da intenzioni di sopraffazione e di conquista andanti oltre la semplice esigenza di difesa e di ristabilimento del diritto.
Sono quelli anzidetti i principi che, in ogni tempo, devono informare la condotta dei cristiani di fronte all'eventualità di crisi che comportino anche l'imbracciare delle armi.
Per venire ai nostri giorni, lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica del 1997, citando la Costituzione "Gaudium et Spes", ancora una volta ribadisce che la legittimità morale di una guerra "spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune. Coloro che si dedicano al servizio della Patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e delle libertà dei popoli. Se rettamente adempiono al loro dovere, concorrono veramente al bene comune della Nazione e al mantenimento della pace".
La situazione mediorientale di questi giorni è tale da rendere straordinariamente attuale, come non lo era stato ormai da tanto tempo, il dibattito sui temi fin qui esaminati.
Intrerrogato recentemente su cosa si possa e debba fare contro l'avanzata e la violenza cieca dell'ISIS sulle popolazioni travolte, Papa Francesco ha fornito risposte in termini forse troppo "prudenti", che hanno indignato molti, i quali avrebbero gradito da lui un linguaggio più esplicito e meno ambiguo. Personalmente amo pure io il parlare senza peli sulla lingua ed ho spesso rispettosamente disapprovato il "dire non dire", l'arrabattarsi nel tentativo di non dispiacere a nessuno tipico dello stile oratorio dell'attuale Pontefice, ma penso anche di capire la difficoltà che comporterebbe l'usare termini ormai decisamente troppo desueti, il parlare magari di "guerra giusta" ad un uditorio mondiale del 2014 non più preparato a ciò, nel quale non è prevedibile lo scompiglio che simili parole, sia pure pienamente appropriate e giustificate, potrebbero provocare, e credo che, tutto sommato, il Santo Padre non abbia dato risposte in contrasto con quanto prescritto dalla Dottrina tradizionale in fatto di reazioni militare legittime.
In buona sostanza, Papa Francesco ha giudicato lecito "fermare" un aggressore ingiusto e violento come l'ISIS, ed ha sottolineato (con precisazione forse effettivamente non troppo felice) "fermare, non bombardare o fare la guerra". Va da sè, però, che un avversario come quello, che ti taglia la testa prima di chiederti come ti chiami, non lo puoi "fermare" se non con l'uso di qualche arma, ed inoltre il Ponteffice ha anche proposto di interessare della faccenda le Nazioni Unite (altra cosa che non è andata giù a molti, ma non è questa la sede per approfondire ciò) affinchè decidano loro i mezzi con i quali appunto "fermare" i terroristi; e quali mezzi potrebbero mai scegliere le Nazioni Unite, in una circostanza estrema simile, se non le armi?
Quanto, infine, al non doversi "bombardare, fare la guerra", se non si decontestualizza questa frase dal discorso in cui è inserita, si rileva che, appena dopo, il Papa ha aggiunto: "Quante volte, sotto questa scusa di fermare l'aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto al guerra di conquista". Dunque, mi sembra chiaro che intendesse semplicemente mettere in guardia le potenze intervenenti dalla tentazione di "fare la guerra per la guerra", dal fare cioè dell'ineluttabilità dell'intervento contro l'ISIS il pretesto ed il punto di partenza per operazioni aggressive con obiettivi ben al di là del sacrosanto dovere di fermare l'aggressore e di annullarne le capacità offensive, anche con l'uso delle armi non oltre la misura necessaria, da tutti condiviso.
Proprio quella forma di degenerazione di un'operazione originariamente giusta in una guerra di sopraffazione e di conquista che, abbiamo visto, viene bollata come illecita, prima di tutto, da S. Tommaso.
Tommaso Pellegrino
Il Cristianesimo nasce indubbiamente quale portatore di un rivoluzionario messaggio di perdono delle offese subite, di amore e di pace, in un'epoca in cui guerre di conquista, ribellioni violente e leggi del taglione, peraltro sanzionate dalle stesse religioni preesistenti, sono allegramente all'ordine del giorno. L'insegnamento del Cristo è invece di amare chi ci odia e di porgere l'altra guancia, il che, sebbene, sia chiaro, non voglia per nulla dire trasformarsi in imbelli rinunciatari all'affermazione della giustizia terrena e alla legittima difesa, costituisce pur sempre un fatto scioccante senza significativi precedenti e destinato a non essere molto ricalcato neppure dalle altre fedi che vedranno la luce in seguito, in particolare proprio da quell'Islam al centro della tragedia che si sta oggigiorno consumando: è appunto il libro sacro dei musulmani, il Corano, ad esempio, a prescrivere (IX,5): "Uccidete i politeisti, ovunque li troviate, (...), assediateli ed opponetevi ad essi, in tutte le loro imboscate".
E non si tratta soltanto di "teoria" o di espressioni metaforiche: già lo stesso fondatore di quella religione, Maometto (e non, quindi, qualche suo successore d'epoca posteriore, che potrebbe anche avere travisato un diverso messaggio originario), prima di morire conquista a mano armata fior di territori e dissemina la sua strada di cadaveri. Ricordiamo tutti lo sbottare del compianto don Gianni Baget Bozzo, in una trasmissione televisiva di qualche anno fa, contro il bellimbusto di turno che intendeva spacciare la solita favoletta dell'Islam "religione di pace": "Basta! Non possiamo mettere sullo stesso piano il Cristianesimo, che è nato con i martiri, con l'Islam, che è nato con la spada in mano!".
Fermi nei propri propositi, infatti, i cristiani muovono i loro primi passi all'interno dell'Impero Romano pagano: non rivestendo ancora nessuno di essi responsabilità politiche, possono permettersi di non porsi neppure il problema di eventuali guerre con altri popoli, offensive o difensive che siano, le quali rimangono, ovviamente, affari dell'Imperatore, mentre, allo scatenarsi delle persecuzioni, riguardo alle loro stesse persone, mettono eroicamente in pratica la nonviolenza evangelica avviandosi, per lo più inermi e sereni, incontro al martirio.
Nell'anno 380, però, il Cristianesimo, già religione "lecita" e parecchio favorita sotto Costantino, diviene, con l'Imperatore Teodosio, addirittura religione di stato nonchè l'unica consentita entro i confini dell'Impero.
Di fronte alla nuova responsabilità del governo della più grande potenza del mondo, non si può più ignorare il fatto che non è possibile escludere a priori che ci si possa trovare costretti ad affrontare, prima o poi, un conflitto armato, non fosse altro come "extrema ratio" contro aggressioni violente ed inique ed in difesa dei giusti.
La Fede cristiana, come già detto, non ha mai negato a nessuno in alcuna delle sue fonti, a partire da quelle evangeliche, il diritto alla legittima difesa individuale o collettiva: nel 3° capitolo del Vangelo di Luca, ad alcuni soldati che gli chiedono cosa debbano fare per farsi battezzare, Giovanni Battista risponde di accontentarsi delle loro paghe e di non portare via soldi a nessuno con la violenza, non certo di cambiare mestiere in quanto quello del militare abbia qualcosa di sconveniente, e Cristo permette senza problemi che Pietro (come presumibilmente anche altri apostoli) porti una spada con sè. Nello stesso esercito della Roma pagana, poi, i cristiani non mancavano di certo e molti sono gli episodi di martirio di soldati rifiutatisi di sacrificare agli dei pagani o di compiere stragi, come nel caso della famosa "legione tebana" comandata da S. Maurizio.
Sorge quindi l'esigenza di regolamentare teologicamente la materia "guerra", al fine di stabilire a quali condizioni questa possa considerarsi lecita e quali siano i limiti da non superare affinchè non si cada nell'infrazione della legge divina. Nel 19° libro della sua monumentale opera "De civitate Dei", scritta tra il 413 ed il 426, sullo sfondo di un Impero ormai sconvolto dalle invasioni barbariche, è il Padre della Chiesa S. Agostino a farlo, affermando che, quando aggressori ingiusti rompono il "tranquillitas ordinis" (cioè la pace internazionale) e mettono in pericolo un popolo, le autorità di questo popolo hanno il dovere di difenderlo e di operare per ripristinare le condizioni minime di un assetto internazionale regolato dal diritto, se necessario con la forza militare.
Secoli dopo, S. Tommaso d'Aquino, nella sua "Summa theologiae", parla di una possibile "guerra giusta" a patto che: a) sia indetta da capi di stato e non da "privati" (moderno principio del monopolio statale dell'uso della forza); b) abbia una causa giusta, ovvero ripari ad ingiustizie; c) sia condotta con retta intenzione, con carità, senza crudeltà o cupidigia, per amore della pace e per soccorso ai buoni. Anche se guidata da una legittima autorità e per una giusta causa, una guerra può infatti divenire illecita se animata da intenzioni di sopraffazione e di conquista andanti oltre la semplice esigenza di difesa e di ristabilimento del diritto.
Sono quelli anzidetti i principi che, in ogni tempo, devono informare la condotta dei cristiani di fronte all'eventualità di crisi che comportino anche l'imbracciare delle armi.
Per venire ai nostri giorni, lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica del 1997, citando la Costituzione "Gaudium et Spes", ancora una volta ribadisce che la legittimità morale di una guerra "spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune. Coloro che si dedicano al servizio della Patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e delle libertà dei popoli. Se rettamente adempiono al loro dovere, concorrono veramente al bene comune della Nazione e al mantenimento della pace".
La situazione mediorientale di questi giorni è tale da rendere straordinariamente attuale, come non lo era stato ormai da tanto tempo, il dibattito sui temi fin qui esaminati.
Intrerrogato recentemente su cosa si possa e debba fare contro l'avanzata e la violenza cieca dell'ISIS sulle popolazioni travolte, Papa Francesco ha fornito risposte in termini forse troppo "prudenti", che hanno indignato molti, i quali avrebbero gradito da lui un linguaggio più esplicito e meno ambiguo. Personalmente amo pure io il parlare senza peli sulla lingua ed ho spesso rispettosamente disapprovato il "dire non dire", l'arrabattarsi nel tentativo di non dispiacere a nessuno tipico dello stile oratorio dell'attuale Pontefice, ma penso anche di capire la difficoltà che comporterebbe l'usare termini ormai decisamente troppo desueti, il parlare magari di "guerra giusta" ad un uditorio mondiale del 2014 non più preparato a ciò, nel quale non è prevedibile lo scompiglio che simili parole, sia pure pienamente appropriate e giustificate, potrebbero provocare, e credo che, tutto sommato, il Santo Padre non abbia dato risposte in contrasto con quanto prescritto dalla Dottrina tradizionale in fatto di reazioni militare legittime.
In buona sostanza, Papa Francesco ha giudicato lecito "fermare" un aggressore ingiusto e violento come l'ISIS, ed ha sottolineato (con precisazione forse effettivamente non troppo felice) "fermare, non bombardare o fare la guerra". Va da sè, però, che un avversario come quello, che ti taglia la testa prima di chiederti come ti chiami, non lo puoi "fermare" se non con l'uso di qualche arma, ed inoltre il Ponteffice ha anche proposto di interessare della faccenda le Nazioni Unite (altra cosa che non è andata giù a molti, ma non è questa la sede per approfondire ciò) affinchè decidano loro i mezzi con i quali appunto "fermare" i terroristi; e quali mezzi potrebbero mai scegliere le Nazioni Unite, in una circostanza estrema simile, se non le armi?
Quanto, infine, al non doversi "bombardare, fare la guerra", se non si decontestualizza questa frase dal discorso in cui è inserita, si rileva che, appena dopo, il Papa ha aggiunto: "Quante volte, sotto questa scusa di fermare l'aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto al guerra di conquista". Dunque, mi sembra chiaro che intendesse semplicemente mettere in guardia le potenze intervenenti dalla tentazione di "fare la guerra per la guerra", dal fare cioè dell'ineluttabilità dell'intervento contro l'ISIS il pretesto ed il punto di partenza per operazioni aggressive con obiettivi ben al di là del sacrosanto dovere di fermare l'aggressore e di annullarne le capacità offensive, anche con l'uso delle armi non oltre la misura necessaria, da tutti condiviso.
Proprio quella forma di degenerazione di un'operazione originariamente giusta in una guerra di sopraffazione e di conquista che, abbiamo visto, viene bollata come illecita, prima di tutto, da S. Tommaso.
Tommaso Pellegrino
giovedì 14 agosto 2014
IRAQ: UNA NUOVA-VECCHIA SFIDA PER IL MONDO E PER LA CRISTIANITA'
Sembrano riportarci indietro nel tempo di secoli i tragici fatti cui stiamo assistendo in questi giorni in Iraq: il terribile dilagare, in una vasta regione del Medio Oriente, di un'orda fanatica e crudele, in preda ad inestinguibile delirio religioso, che però non assomiglia alla solita formazione di terroristi-guerriglieri (alla "talebana" per intenderci) dediti alle operazioni mordi e fuggi, ai colpi di mano o attentati seguiti dal puntuale ritorno in meandri inaccessibili, tra montagne o foreste, ove diventa pressochè inpossibile scovarli e combatterli. No: qui ci si trova di fronte a qualcosa di assimilabile piuttosto ad un attrezzato ed agguerrito esercito regolare e tradizionale che affronta lo scontro in campo aperto, combatte con carri armati ed artiglierie, conquista territori e città, nelle quali poi sfila in parate trionfali con i propri uomini in uniforme, mezzi bellici e bandiere al vento.
Non si tratta, tuttavia, dell'esercito di uno stato fin qui "ufficialmente" esistito, ma di qualcosa di nuovo-vecchio che ci rimanda ai tempi in cui eserciti animati dalla stessa fanatica fede di questo odierno, prima arabi e poi turchi, contesero a quelli dell'Occidente cristiano per circa un millennio, dalle prime conquiste successive alla nascita stessa dell'Islam, alle campagne crociate, a Lepanto, a Vienna, il dominio su popoli e nazioni: questa è l'armatadi un sedicente "stato islamico" che intende appunto far rivivere in tutto e per tutto il sogno (per gli altri popoli un incubo) di un Islam destinato a dominare il mondo intero caratterizzante quel lungo periodo di confronto armato, rispolverando anche termini come "califfo" e "califfato" che, con la fine di esso, erano ormai caduti in disuso.
Le notizie sulle crudeltà e nefandezze commesse da questi barbari nei territori travolti dalla loro avanzata lasciano allibiti; per essi sembrano essere trascorsi invano secoli di progressi nei campi della convivenza civile tra i popoli, della democrazia all'interno delle società, del diritto, della tolleranza delle appartenenze religiose o di altro genere; progressi che hanno invece profondamente condizionato orientamenti ed attitudini di chi è oggi chiamato a raccogliere la loro sfida: la comunità internazionale e, dal momento che a fare le spese della situazione, con centinaia di nuovi martiri, sono soprattutto le comunità cristiane delle zone invase, la stessa Chiesa di Roma, le quali non possono non fare i conti con la propria impreparazione di fronte ad una minaccia per esse tanto inedita, proprio in quanto non sono più quelle stesse potenze occidentali e Chiesa cattolica che in passato affrontarono (e, bisogna dirlo, sconfissero) le armate dell'espansionismo islamico cui tornano ad ispirarsi questi loro moderni emuli, le cui "forma mentis", mire e metodi sono viceversa rimasti immutati rispetto ad allora, se non addirittura ulteriormente incrudeliti.
Così, onde cercare di contenere l'avanzata di questi ossessi a rischio di provocare un genocidio e di travolgere il debole regime "ufficiale" di Baghdad, gli Stati Uniti di Obama si sono visti costretti ad intervenire in quattro e quattr'otto - e controvoglia, poichè uno dei successi vantati dal Presidente di fronte all'opinione pubblica del suo Paese era appunto stato quello di essere riuscito a portarlo definitivamente fuori dal pantano irakeno, in teoria sufficientemente pacificato e democraticizzato - con bombardamenti aerei mirati e lanci di aiuti per le popolazioni costrette alla fuga e ad interminabili tribolazioni sotto l'incalzare degli invasori.
Il Santo Padre ha, dal canto suo, invitato a pregare per le povere vittime della situazione, che sono soprattutto cristiane, e benedetto chi si prodiga a portare loro aiuto, certamente includendo, pur senza dichiararlo esplicitamente, anche chi, quell'aiuto, lo porta proteggendo dagli aggressori le vite stesse dei perseguitati con l'unico strumento nell'immediato impiegabile contro una simile furia cieca, che è quello delle armi. Da qui l'ovvia assenza di ogni sua critica o condanna controi raids aerei americani o la legittima aspirazione ad armarsi da parte di popolazioni semplicemente non intenzionate a finire schiacciate come topi.
Tale comportamento non può non significare una tacita ed imbarazzata presa d'atto che, pur non potendo esprimere ai quattro venti certi termini, in quanto la loro ormai secolare desuetudine porterebbe ad equivocare e ad urtare talune sensibilità moderne abituate a ben altro tipo di linguaggio da parte della Chiesa, questa volta è davvero innegabile che sussistano gli estremi, nelle risposte militari che si sono dovute obbligatoriamente adottare, della famosa "guerra giusta", piaccia o no espressamente prevista dalla Dottrina cattolica e teorizzata da Padri e Dottori della Chiesa del calibro di S. Agostino e S. Tommaso d'Aquino, quale "extrema ratio" quando diviene impossibile ogni altra via d'uscita pacifica da una situazione che imponga la legittima difesa contro atti altrui estremamente ingiusti e violenti.
Il Papa ha giustamente ricordato, nei giorni scorsi, che alla violenza non ci si oppone con la violenza, nel senso che essa non può assurgere al rango di unico o privilegiato mezzo al quale affidare la risoluzione degli umani contenziosi, ma è ovvio che questo non può mai escludere che si debba ricorrere , nell'immediato, ad ogni mezzo idoneo a fermare stragi di innocenti o soprusi indicibili ai loro danni: permettere che tante persone finiscano martiri per il solo nostro rifiuto, motivato da un criminalmente errato concetto del dovere cristiano, ad impiegare tutti i mezzi in nostro possesso atti ad evitare ciò, equivarrebbe ad un delitto frutto di fanatismo religioso non meno grave di quelli di chi, per gli stessi motivi, prende a sterminare direttamente vite umane. Alla follia della "guerra santa" non si può opporre quella di un'"imbellità santa".
Come si vede, in conclusione, ciò che sta accadendo in regioni non poi così lontane dal nostro mondo tutto sommato "tranquillo" rappresenta una sfida come forse mai nessun'altra alle nostre certezze di uomini e cristiani del nostro tempo, che credevano ormai irreversibilmente sepolti nel passato certi incubi collettivi e la necessità di affrontarli con fermezza e lucidità.
Tommaso Pellegrino
Non si tratta, tuttavia, dell'esercito di uno stato fin qui "ufficialmente" esistito, ma di qualcosa di nuovo-vecchio che ci rimanda ai tempi in cui eserciti animati dalla stessa fanatica fede di questo odierno, prima arabi e poi turchi, contesero a quelli dell'Occidente cristiano per circa un millennio, dalle prime conquiste successive alla nascita stessa dell'Islam, alle campagne crociate, a Lepanto, a Vienna, il dominio su popoli e nazioni: questa è l'armatadi un sedicente "stato islamico" che intende appunto far rivivere in tutto e per tutto il sogno (per gli altri popoli un incubo) di un Islam destinato a dominare il mondo intero caratterizzante quel lungo periodo di confronto armato, rispolverando anche termini come "califfo" e "califfato" che, con la fine di esso, erano ormai caduti in disuso.
Le notizie sulle crudeltà e nefandezze commesse da questi barbari nei territori travolti dalla loro avanzata lasciano allibiti; per essi sembrano essere trascorsi invano secoli di progressi nei campi della convivenza civile tra i popoli, della democrazia all'interno delle società, del diritto, della tolleranza delle appartenenze religiose o di altro genere; progressi che hanno invece profondamente condizionato orientamenti ed attitudini di chi è oggi chiamato a raccogliere la loro sfida: la comunità internazionale e, dal momento che a fare le spese della situazione, con centinaia di nuovi martiri, sono soprattutto le comunità cristiane delle zone invase, la stessa Chiesa di Roma, le quali non possono non fare i conti con la propria impreparazione di fronte ad una minaccia per esse tanto inedita, proprio in quanto non sono più quelle stesse potenze occidentali e Chiesa cattolica che in passato affrontarono (e, bisogna dirlo, sconfissero) le armate dell'espansionismo islamico cui tornano ad ispirarsi questi loro moderni emuli, le cui "forma mentis", mire e metodi sono viceversa rimasti immutati rispetto ad allora, se non addirittura ulteriormente incrudeliti.
Così, onde cercare di contenere l'avanzata di questi ossessi a rischio di provocare un genocidio e di travolgere il debole regime "ufficiale" di Baghdad, gli Stati Uniti di Obama si sono visti costretti ad intervenire in quattro e quattr'otto - e controvoglia, poichè uno dei successi vantati dal Presidente di fronte all'opinione pubblica del suo Paese era appunto stato quello di essere riuscito a portarlo definitivamente fuori dal pantano irakeno, in teoria sufficientemente pacificato e democraticizzato - con bombardamenti aerei mirati e lanci di aiuti per le popolazioni costrette alla fuga e ad interminabili tribolazioni sotto l'incalzare degli invasori.
Il Santo Padre ha, dal canto suo, invitato a pregare per le povere vittime della situazione, che sono soprattutto cristiane, e benedetto chi si prodiga a portare loro aiuto, certamente includendo, pur senza dichiararlo esplicitamente, anche chi, quell'aiuto, lo porta proteggendo dagli aggressori le vite stesse dei perseguitati con l'unico strumento nell'immediato impiegabile contro una simile furia cieca, che è quello delle armi. Da qui l'ovvia assenza di ogni sua critica o condanna controi raids aerei americani o la legittima aspirazione ad armarsi da parte di popolazioni semplicemente non intenzionate a finire schiacciate come topi.
Tale comportamento non può non significare una tacita ed imbarazzata presa d'atto che, pur non potendo esprimere ai quattro venti certi termini, in quanto la loro ormai secolare desuetudine porterebbe ad equivocare e ad urtare talune sensibilità moderne abituate a ben altro tipo di linguaggio da parte della Chiesa, questa volta è davvero innegabile che sussistano gli estremi, nelle risposte militari che si sono dovute obbligatoriamente adottare, della famosa "guerra giusta", piaccia o no espressamente prevista dalla Dottrina cattolica e teorizzata da Padri e Dottori della Chiesa del calibro di S. Agostino e S. Tommaso d'Aquino, quale "extrema ratio" quando diviene impossibile ogni altra via d'uscita pacifica da una situazione che imponga la legittima difesa contro atti altrui estremamente ingiusti e violenti.
Il Papa ha giustamente ricordato, nei giorni scorsi, che alla violenza non ci si oppone con la violenza, nel senso che essa non può assurgere al rango di unico o privilegiato mezzo al quale affidare la risoluzione degli umani contenziosi, ma è ovvio che questo non può mai escludere che si debba ricorrere , nell'immediato, ad ogni mezzo idoneo a fermare stragi di innocenti o soprusi indicibili ai loro danni: permettere che tante persone finiscano martiri per il solo nostro rifiuto, motivato da un criminalmente errato concetto del dovere cristiano, ad impiegare tutti i mezzi in nostro possesso atti ad evitare ciò, equivarrebbe ad un delitto frutto di fanatismo religioso non meno grave di quelli di chi, per gli stessi motivi, prende a sterminare direttamente vite umane. Alla follia della "guerra santa" non si può opporre quella di un'"imbellità santa".
Come si vede, in conclusione, ciò che sta accadendo in regioni non poi così lontane dal nostro mondo tutto sommato "tranquillo" rappresenta una sfida come forse mai nessun'altra alle nostre certezze di uomini e cristiani del nostro tempo, che credevano ormai irreversibilmente sepolti nel passato certi incubi collettivi e la necessità di affrontarli con fermezza e lucidità.
Tommaso Pellegrino
martedì 11 marzo 2014
IN LIBRERIA: LA TIARA E LA CORONA
Quasi un secolo di amore-odio tra Papato e monarchia sabauda.
E' noto come l'epopea del Risorgimento italiano abbia dovuto svolgersi, piaccia o no, in aperto contrasto con la Chiesa cattolica, rappresentata da un Papato investito anche di un potere temporale, su un principato esteso su circa un sttimo del territorio italiano, che i Papi, da oltre un millennio, considerano basilare affinchè sia loro possibile l'esercizio di quello spirituale, nelle indispensabili condizioni di libertà e di indipendenza da qualsiasi altra autorità sovrana terrena, e sulla cui origine divina non hanno dubbi.
Diventa dunque inevitabile il conflitto tra una Chiesa tenacemente arroccata su simili posizioni e chiunque si trovi dall'altra parte della barricata: anche se si tratta della cattolicissima monarchia sabauda, che tuttavia si mette alla testa del movimento di riscatto nazionale e per questo va incontro alle più amare incomprensioni, intolleranze reciproche, persino battaglie sul terreno, con la più alta autorità religiosa della Terra.
Il libro cerca di ricostruire appunto la storia di tale travagliato rapporto lungo i quasi cento anni che vanno dall'apertura del Regno di Sardegna alle nuove idee liberali e risorgimentali, al varo delle sue prime leggi contro privilegi clericali ed ordini religiosi, alla graduale spoliazione manu militari dei territori dello Stato Pontificio, con conquista finale della stessa Roma, ai settant'anni di convivenza, nella stessa capitale, di una monarchia scomunicata e di un Papa "prigioniero" della prima, al sospirato accordo, infine, che pone finalmente termine alla più singolare ed imbarazzante situazione di conflitto in cui si sia trovato a dibattersi uno Stato moderno negli ultimi secoli.
Disponibile nelle migliori librerie, o ordinabile direttamente all'autore (tramite e-mail all'indirizzo tommypellegrino@libero.it) o all'editrice Roberto Chiaramonte Editore di Collegno (TO) (e-mail: roberto.chiaramonte@fastwebnet.it).
E' noto come l'epopea del Risorgimento italiano abbia dovuto svolgersi, piaccia o no, in aperto contrasto con la Chiesa cattolica, rappresentata da un Papato investito anche di un potere temporale, su un principato esteso su circa un sttimo del territorio italiano, che i Papi, da oltre un millennio, considerano basilare affinchè sia loro possibile l'esercizio di quello spirituale, nelle indispensabili condizioni di libertà e di indipendenza da qualsiasi altra autorità sovrana terrena, e sulla cui origine divina non hanno dubbi.
Diventa dunque inevitabile il conflitto tra una Chiesa tenacemente arroccata su simili posizioni e chiunque si trovi dall'altra parte della barricata: anche se si tratta della cattolicissima monarchia sabauda, che tuttavia si mette alla testa del movimento di riscatto nazionale e per questo va incontro alle più amare incomprensioni, intolleranze reciproche, persino battaglie sul terreno, con la più alta autorità religiosa della Terra.
Il libro cerca di ricostruire appunto la storia di tale travagliato rapporto lungo i quasi cento anni che vanno dall'apertura del Regno di Sardegna alle nuove idee liberali e risorgimentali, al varo delle sue prime leggi contro privilegi clericali ed ordini religiosi, alla graduale spoliazione manu militari dei territori dello Stato Pontificio, con conquista finale della stessa Roma, ai settant'anni di convivenza, nella stessa capitale, di una monarchia scomunicata e di un Papa "prigioniero" della prima, al sospirato accordo, infine, che pone finalmente termine alla più singolare ed imbarazzante situazione di conflitto in cui si sia trovato a dibattersi uno Stato moderno negli ultimi secoli.
Disponibile nelle migliori librerie, o ordinabile direttamente all'autore (tramite e-mail all'indirizzo tommypellegrino@libero.it) o all'editrice Roberto Chiaramonte Editore di Collegno (TO) (e-mail: roberto.chiaramonte@fastwebnet.it).
sabato 30 luglio 2011
IL BRUSCO RISVEGLIO DEL REGNO DA FAVOLA.
Sulle prime si era pensato all'ennesima offensiva terroristica da parte dell'integralismo islamico contro uno dei paesi occidentali impegnati nei vari teatri, primo fra tutti l'Afghanistan, dove più la cmunità internazionale agisce concretamente per cercare di porre un argine al fenomeno più pericoloso di questi tempi per a pace e la stabilità mondiale; una ritorsione sulla falsariga di quelle già subite in passato - senza volere scomodare l'11 settembre 2001 newyorkese, che rimane di proporzioni assolutamente imparagonabili a quelle di qualsiasi altro attentato precedente o successivo - da capitali come Madrid e Londra.
Poi, quasi subito, si è scoperto che la bomba fatta esplodere nel centro di Oslo, capitale del felice regno di Norvegia, e la strage di giovani laburisti riuniti a congresso nell'isola di Utoya, che hanno complessivamente prodotto qualcosa come 76 morti accertati, erano invece opera, al contrario, proprio del più acerrimo nemico degli aspiranti conquistatori del mondo sotto l'insegna della mezzaluna che si potesse immaginare: il trentaduenne autoctono Anders Behring Breivik, faccia da biondno per bene, passato familiare un po' burrascoso da ambino cresciuto senza padre, in testa un cocktail confuso di fondamentalismo cristiano (protestante), di xenofobia, di idee di estrema destra, di passione per i templari e per le armi da fuoco e di tante altre cose ancora.
Breivik avrebbe agito "per salvare l'Europa dall'invasione musulmana", e come l'attuazione di un simile massacro d suoi stessi connazionali potesse servire a tale causa deve averlo capito soltanto lui; di sicuro i giovani laburisti li ha visti come i rappresentanti più immediatamente colpibili di quella categoria di politici occidentali, marxisti e non, che lui giudica "traditori" (probabilmente per eccessiva cedevolezza verso gli islamici) degni di essere soppressi fisicamente.
Prima del criminale exploit, il giovanotto ha infatti pubblicato su Internet una sorta di suo delirante "Mein Kampf" di 1.500 pagine nel quale, oltre a dare sfogo a tutte le sue invettive xenofobe, individua in leaders politici attuali di primo piano come Zapatero, Angela Merkel e Sarkozy dei traditori di "categoria A" da condannare senza indugio a morte.
Per un paese come la Norvegia - uno di quei classici stati nordici che siamo abituati a considerare un po' come regni delle favole, oasi di democrazia evoluta, pulizia, pace sociale, welfare efficientissimo, lontani dalle realtà caotiche, problematiche, a volte violente delle nostre latitudini, anche se afflitti da poco invidiabili rovesci della medaglia come l'alto numero di suicidi o la crisi delle famiglie tradzionali - si è trattato senza dubbio di un brusco risveglio; qualcuno ha parlato di "perdita dell'innocenza".
Certo è che queste nazioni non sono preparate a scoprire di avere a che fare, in casa propria, con "mostri" del genere e questa tragica attualità dà ragione a coloro che, come chi scrive, non le hanno mai considerate, malgrado tutto, dei veri modelli da imitare: esse si sono chiuse nel loro guscio, non hanno spiccato tra i grandi protagonisti della storia mondiale attraverso i secoli, ma si sono ritagliate dei regni dove tutto è perfettino, obbediente a leggi in apparenza evolutissime e "civilissime", illudendosi così di chiudere fuori dalla porta di casa le brutture del mondo esterno; e, quando queste brutture irrompono prepotentemente senza neppure bussare, tanta eccessiva "perfezione" le ha portate a farsi sorprendere di fatto disarmate, a non disporre più dei mezzi giuridici, un po' più arcaici, ma gli unici idonei alla bisogna, per farvi fronte. Si pensi che, per stragi orrende come quelle compiute da Breivik, la legge norvgese, che non prevede naturalmente nè pena di morte nè ergastolo, potrebbe comminargli al massimo ventuno anni di reclusione, per di più da trascorrersi in carceri modello simil-residence di lusso, come sono ovviamente quelle di un paese "civilissimo" come la Norvegia. In alternativa, si sta studiando la possibilità di imputare il giovane stragista di "crimini contro l'umanità", il che potrbbe consentire di affibiargli fino a...trent'anni di galera,ma sarebbe probabilmente una forzatura giurdica.
Lo stragista parla adesso dell'esistenza di una moltitudine di "cellule" di "martiri" pronte a compiere altri gesti clamorosi come il suo; anche se ciò non fosse propriamente vero, esiste comuque il pericolo di emulazione.
Noi tutti abbiamo ora un motivo in più per non abbassare la guardia contro qualsiasi campagna d'odio da qualsiasi parte provenga; soprattutto chi veramente tiene a difendere l'identità cristiana europea dal più o meno prepotente imporsi degli islamici o di qualunque altra cultura estranea al Continente, ma non nel modo in cui follemente intendeva farlo Anders Breivik, riuscendo soltanto a nuocere nel peggiore dei modi anche a detta nobile causa.
Tutti dovranno fare la lro parte, e la Norvegia, in ogni caso, non potrà più essere il regno delle favole di prima.
Tommaso Pellegrino
venerdì 25 marzo 2011
LIBIA: UNA SOLA CERTEZZA E TANTE INCOGNITE.
E' partita. L'operazione militare "Odissea all'alba", autorizzata dalla risoluzione Onu n. 1973 e tesa ad impedire, con tutti i mezzi necessari tranne l'occupazione militare, una prevedibile carneficina di ribelli e semplici cittadini da parte delle forze rimaste leali al leader libico Gheddafi - riavutesi dai pochi giorni di sbandamento iniziale e tornate ad essere quelle inevitabilmente destinate a prevalere salvo il caso, appunto, di decisi interventi dall'esterno - oltre che a stabilire la famosa "no-fly zone" nei cieli interessati, è scattata da una settimana e ad essa partecipa attivamente anche l'Italia. La missione è stata quasi fanaticamente propugnata da Francia e Regno Unito, appoggiata dalla Lega Araba, accettata un po' "obtorto collo" da Italia e Stati Uniti, e decisamente non ben vista da Germania, Russia ed altri.
Prima di esprimere considerazioni su quanto sta avvenendo attualmente, sarà utile un breve riepilogo dei fatti che hanno portato alla presente situazione, e mai trattati in precedenza su questo blog.
Diciamo intanto che la comunità internazionale, nei confronti del regime libico di Gheddafi, in un primo momento, dopo gli exploits iniziali della rivolta scoppiata soprattutto in Cirenaica, con la liberazione pressochè totale di quella regione dalle forze governative, aveva già venduto, come suol dirsi, la pelle dell'orso prima di averlo ucciso.
Da qualche tempo si stava infatti allora assistendo ad analoghe sollevazioni, in Tunisia ed Egitto, che già avevano portato, senza eccessivi spargimenti di sangue, all'uscita di scena dei rispettivi leaders Ben Alì e Mubarak e all'inizio di transizioni più o meno ordinate, per lo più gestite dalle influenti classi militari locali e, si spera, orientate verso futuri assetti più democratici di quelli precedenti, data anche la rassicurante mancanza di un evidente matrice estremista islamica nei movimenti propugnatori del cambiamento in quei paesi. Analogamente e a maggior ragione, quindi, di fronte all'iniziale successo di insorti libici capaci di conquistare l'intera Cirenaica ed altre zone, di far passare dalla propria parte truppe ex governative, comandanti militari, ministri del regime, ambasciatori all'estero, di costituire un nuovo quasi-stato nelle terre liberate, con la sua capitale Bengasi, il suo "governo" (il Consiglio Nazionale di Transizione) ed il suo esercito raccogliticcio, ma discretamente armato, straordinariamente motivato, sottoposto ad addestramento e pronto a balzare alla conquista del resto del Paese, il mondo finì per ritenere ormai spacciato, un po' troppo frettolosamente, come si sarebbe visto in seguito, anche il dittatore di Tripoli Colonnello Gheddafi.
Contro di lui, per l'efferatezza con la quale reprimeva le manifestazioni dei dissidenti, facendo sparare indiscriminatamente su di loro e (pare) bombardandoli persino con l'aviazione, la condanna internazionale fu particolarmente severa, prevedendo il deferimento alla Corte dell'Aja, il congelamento dei beni ed altre sanzioni, sempre dando ormai per scontato l'imminente tramonto del suo più che quarantennale regime.
Ferme restanti la vicinanza e la solidarietà sempre dovute alla causa di chiunque sinceramente lotti e paghi di persona per la vera libertà, è tuttavia d'obbligo qualche considerazione di politica realistica che rende legittimo il non accodarsi del tutto acriticamente all'entusiasmo incondizionato delle solite anime belle nostrane, che già immaginano il rifiorire di tante perfette democrazie in stile anglosassone o svizzero in luogo dei regimi dei vari raìs nordafricani caduti come tessere di un domino: in quella parte del mondo, non dimentichiamolo, si sono dissolti governi indubbiamente dispotici al loro interno, ma sicuramente (per Gheddafi il discorso sarebbe un po' più complesso) leali verso l'Occidente, garanti di decenni di stabilità e, soprattutto, laici ed in grado di costituire un buon argine contro il pericolo del fondamentalismo islamico ad un passo dalle nostre coste; con la loro caduta non è affatto detto che le cose non possano effettivamente migliorare, ma le incognite sono tante e certo qualche cautela per il futuro di regioni dall'equilibrio tanto delicato non può non pesare sull'appoggio da accordare a chi eventualmente insorga per stravolgerne l'assetto, appoggio che può e deve essere invece pieno e senza riserve nel caso, ad esempio, dei dissidenti iraniani, in lotta appunto contro un regime dei più intransigentemente integralisti, e pericolosi per la pace e gli equilibri mondiali, già al potere, al quale ben difficilmente potrebbe subentrare qualcosa di peggio, in caso di sua caduta.
Per noi italiani in particolare, poi, la situazione nordafricana ha presentato aspetti ancora più critici ed imbarazzanti: siamo il Paese europeo geograficamente più prossimo all'area in questione;già con la caduta del regime tunisino gli sbarchi di disperati sulle nostre coste sono sensibilmente aumentati; proprio con Gheddafi avevamo addirittura stretto un patto di amicizia che funzionava discretamente specie nella parte relativa alla collaborazione per far fronte all'immigrazione clandestina nel nostro Paese, e, in ogni caso, eravamo tra i paesi con maggiori rapporti economico-commerciali con la Tripoli del Colonnello. Come biasimare, quindi, data questa nostra particolare posizione, la prudenza e l'apparente ritardo del presidente Berlusconi nell'unirsi al coro internazionale di condanna senza appello all'indirizzo di Gheddafi, prima che fosse effettivamente chiara la gravità di quanto stava accadendo in Libia?
Quando fu evidente il fatto che Tripoli andava reprimendo con violenza inaudita, persino tramite aviazione, le manifestazioni popolari anti-regime e che, così facendo, si era ormai nuovamente fatta mettere al bando dalla comunità internazionale, mentre una nuova Libia sembrava invece sorgere dalla ribellione, con buone prospettive di riuscire a prevalere sulla vecchia entro breve, nessuno, neppure Roma, potè più negare che il regime di Gheddafi non potesse più essere considerato un interlocutore praticabile e fare mancare la propria condanna ferma ad ogni massacro di civili.
Il dittatore libico, dato ormai quasi per spacciato, è però meno alla frutta di quanto non si creda: ha forze sufficienti per passare al contrattacco e lancia all'indirizzo dei suoi nemici agghiaccianti minacce di compiere autentici macelli che, c'è da giurarci, potendo manterrebbe sicuramente, data la sua fama di uomo tragicamente di parola.
Con la capitale degli insorti, Bengasi, sul punto d essere assaltata dai governativi, e quindi senza realistica speranza di scampare alla terribile vendetta del raìs, a meno di un tempestivo intervento dall'esterno, su sollecitazione soprattutto di Francia, Gran Bretagna e Lega Araba, viene emessa la risoluzione Onu n. 1973 concernente l'intervento militare internazionale per l'istituzione della "no-fly zone" sulla Libia e la protezione delle popolazioni civili dalle rappresaglie del regime.L'Italia, anche per la sua posizione geografica, che comporta l'avere sul proprio suolo le basi più idonee da mettere a disposizione degli Alleati per sferrare gli attacchi aerei, non può tirarsi indietro dal partecipare all'impresa e così inizia la strana "guerra" (le virgolette sono d'obbligo poichè oggi, la guerra, nessuno più la dichiara nè la chiama con il suo nome) che stiamo vivendo in questi giorni.
E' una situazione con una sola certezza e tante incognite. La prima è che almeno qualcuno, tra gli Alleati, stia operando più per l'abbattimento del regime di Gheddafi che non per proteggere le popolazioni civili e che, probabilmente, non mollerà fino a risultato raggiunto, anche a costo di andare ben oltre quanto contemplato dalla risoluzione Onu autorizzante l'intervento armato; quanto alle seconde, c'è solo l'imbarazzo della scelta di quale nominare per prima: intanto, non sappiamo chi siano davvero gli insorti che stiamo aiutando, quale peso abbiano, nelle loro fila, eventuali elementi integralisti islamici e quale Libia futura si prepari in caso di loro successo finale, con quali conseguenze per i nostri interessi economici, nel campo energetico come della lotta all'immigrazione clandestina; inoltre, per guardare all'immediato, non si è ancora neppure risolto bene il dilemma di chi debba avere il comando della nostra coalizione e, tra i paesi membri, si rilevano divergenze di vedute non indifferenti, con un esagerato protagonismo della Francia, che molti osservatori imputano alla volontà di voler soffiare, soprattutto all'Italia, i rapporti privilegiati nel campo commerciale e del petrolio con la Libia che verrà.
In tanta poca chiarezza, un elemento sembrerebbe apprezzabile in quanto previsto dalla risoluzione 1973, e c'è da sperare che venga rispettato fino in fondo: l'esclusione tassativa di un'occupazione del suolo libico con truppe terrestri straniere. Così, qualsiasi futuro assetto politico finisca per stabilirsi in quelle terre alla fine della tempesta, sarà comunque almeno un prodotto atoctono.
Dopo l'Iraq e l'Afghanistan, di altri esperimenti di esportazione della democrazia sulla punta delle baionette occidentali non si sentirebbe davvero la mancanza.
Tommaso Pellegrino
giovedì 6 gennaio 2011
QUALCHE SASSOLINO DALLA SCARPA...
In questi giorni di fine-inizio anno viene spontaneo fare, per usare un termine forse un po' abusato ma efficace, dei "bilanci", vale a dire soffermarsi a riflettere un po' di più di quanto non lo si faccia ordinariamente negli altri periodi, su quello a cui ci è capitato di assistere negli ultimi tempi, e magari - qualora si ritenga di essersi tenuti dentro per troppo tempo qualche considerazione, magari un po' "eterodossa", e si avverta quindi il bisogno impellente di esternarla - togliersi anche, come diceva un grande Presidente emerito della Repubblica di recente scomparso, qualche "sassolino dalla scarpa".
Sulla politica nazionale non mi sono più espresso "pubblicamente" da tempo: in ogni caso, il mio giudizio, già non certo molto lusinghiero, sull'occhialuto personaggio che ha palesemente tradito le aspettative dei suoi elettori, indebolendo gravemente la maggioranza governativa di cui faceva parte, pur senza riuscire ad abbatterla come avrebbe voluto, non può che essere ulteriormente peggiorato rispetto al post precedente a questo, risalente ai tempi del discorso di Mirabello. Tradimento e traditore sono termini senz'altro pesanti, che sembrano più consoni ad altre epoche storiche e ad altri contesti socio-politici che non all'Occidente democratico del XXI secolo, ma, purtroppo, data una simile situazione, non se ne trovano di più calzanti, ed il pronunciarli denunciando l'accaduto, seppure a malincuore, è il primo sassolino che dovevo togliermi dalla famosa scarpa. Il colpaccio in sede di dibattito parlamentare sulla fiducia, come si è detto, all'occhialuto e soci non è riuscito ancorchè per un "pelo", e questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a quanti, come lo scrivente (e chi mi segue da tempo lo sa), non amano eccessivamente le "cadute" degli esecutivi prima della scadenza naturale della relativa legislatura, neppure quando a governare è la parte politica loro avversa, ed ammirano invece i sistemi politici (ahimè improponibili da noi) che, come ad esempio quello americano, privilegiano innanzitutto la stabilità dell'"amministrazione" persino di fronte a cambi di maggioranza in Parlamento dovuti ad elezioni. Ora, se in Italia sarà possibile allargare una maggioranza così risicata, tanto meglio; intanto, l'essenziale era che non si seppellisse totalmente, in quel frangente, ogni possibilità di giungere sani e salvi al fatidico 2013.
Mentre nelle aule parlamentari si svolgeva il non privo di colpi di scena dibattito sulla fiducia di cui sopra, nelle strade romane a pochi metri dai palazzi del potere l'inaudita violenza vandalica di manifestazioni per così dire "studentesche" causava danni a cose e ferimenti a persone di una gravità quale non la si registrava ormai da parecchio tempo. Ma non erano normali studenti gli autori delle efferatezze più gravi: per quanto ultimamente piuttosto portate ad eccedere nelle contestazioni contro le innovazioni promosse dal ministro Gelmini, che non sto qui a giudicare per non avere approfondito a sufficienza l'argomento, ben difficilmente le ordinarie masse di studenti - in (piccola) parte politicamente consapevoli e in (gran) parte semplicemente profittanti dell'occasione per distrarsi con un po' di bagarre, lontani da banchi e libri - si sono lasciate andare ad eccessi di simili proporzioni.
I devastatori erano dei cosiddetti "black-block"; criminali allo stato purissimo usi ad approfittare di qualunque pretesto solitamente offerto loro da manifestazioni, magari relativamente pacifiche, organizzate da altri per accodarsi alle medesime e lanciarsi nelle loro bestiali imprese. Contro di loro la reazione delle forze dell'ordine dovrebbe essere di intensità proporzionata e soprattutto, affinchè ciò possa avvenire, alle stesse dovrebbe essere trasmessa la sensazione di avere alle spalle tutto l'appoggio e la solidarietà possibili da parte del Paese e della magistratura, non quella frustrante delle "mani legate" dovuta all'esistenza di superiori e giudici oggettivamente sempre pronti a dare loro addosso al minimo sospetto di aver trattato quella gentaglia con metà della decisione che essa meriterebbe, e a garantire viceversa ai più pericolosi delinquenti trattamento con i guanti e scarcerazioni facili. E questo, più che un sassolino, mi pareva proprio un macigno da togliere dalla mia numero 42.
A proposito di criminali incensati e di brava gente invece offesa ad opera di alte istituzioni e personalità di stato sedicenti paladine di chissà quali "oppressi", poi, è di questi giorni anche la notizia del rifiuto del presidente del Brasile Lula di estradare in Italia il terrorista rosso pluriassassino Cesare Battisti (ahimè omonimo di uno dei più cristallini eroi della storia della nostra Patria) alla faccia dell'affronto che ciò costituisce per giustizia italiana e parenti delle vittime del figuro.
Lula appartiene, con il venezuelano Chavez, ad una nuova generazione di governanti sudamericani populisti, antiglobalisti, pateticamente abbarbicati all'arcaica concezione che tutto il male venga dall'America e dall'Occidente opulento e che tutto il bene stia dalla parte degli avversari di questi, per quanto discutibili o pericolosi, da cui comportamenti quali l'avvicinarsi a regimi come l'Iran e la protezione accordata al Battisti, appunto perchè terrorista "rosso". L'Italia sta rispondendo con sufficiente compattezza alla sfida, l'ambasciatore in Brasile è stato richiamato, manifestazioni bipartisan sulla questione stanno avendo luogo un po' ovunque. Bisognerebbe intensificare gli sforzi per isolare internazionalmente i responsabili di così gravi iniquità.
Mi tolgo infatti l'ennesimo masso dalla calzatura affermando che nulla avrebbe da perdere il mondo dalla scomparsa dalla scena politica di simili arnesi.
Infine è riemerso prepotentemente il problema dei cristiani perseguitati nel mondo: gente che non chiede altro che la legittima libertà di seguire indisturbata le pratiche dettate dalla propria fede e viene fatta invece letteralmente saltare in aria nelle sue stesse chiese, nei paesi ove la violenza assassina è più brutale, arbitraria e senza controllo, oppure è più subdolamente e meno rumorosamente osteggiata in qualche ultimo baluardo dell'ateismo di stato come la Cina, che tiene a dare di sè un'immagine di ordine interno e di disponibilità all'apertura internazionale, ma non rinuncia a violazioni tanto esplicite dei diritti umani.
In tutti i casi, è necessario che chi di dovere, pur senza sconfinare in comportamenti che ne snaturerebbero il ruolo, faccia sentire la propria voce con la massima chiarezza e decisione possibile, che esiga con ancora più energia (benchè a Benedetto XVI e a buona parte del suo alto clero si debba dare atto di essere meno "mammolette" di certi loro predecessori in passato), dalle autorità dei paesi più direttamente interessati, le misure concrete più idonee a combattere il fenomeno.
Non è possibile rispondere soltanto con richiami alla fraternità universale e pur sacrosante argomentazioni teologiche a chi ragiona soltanto in termini di guerra santa, condotta con le armi, e scambierebbe pertanto tutto questo per segni di debolezza ed implicite rassicurazioni di non incontrare mai reazioni efficaci alle proprie azioni sanguinarie.
Sarebbero ancora tanti i sassi e sassolini da levare dalle scarpe, affinchè si possa veramente camminare comodi per il nuovo anno che ci attende.
Per ragioni di spazio, e di pietà per il lettore, ci siamo limitati a quelli che proprio ci procuravano fastidio intollerabile, se non rimossi.
Anche se in ritardo, buon 2011 a tutti.
Tommaso Pellegrino
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