mercoledì 14 ottobre 2009

IL KAMIKAZE BAUSCIA E L'ILLUSIONE DELL'INTEGRAZIONE "BUONISTA"

Strage evitata, presso la caserma "S. Barbara" di Milano, la mattina del 12 ottobre, grazie senz'altro ad un provvidenziale occhio di riguardo avuto, per noi, da Qualcuno lassù, ma anche al più terreno coraggio di un nostro caporale che ha evitato il peggio intervenendo di persona e rimediandoci una leggera ferita allo zigomo destro (oltre, speriamo in futuro, ad una medaglia).
L'ingenere elettronico libico Mohamed Game si era infatti intrufolato nel corpo di guardia della struttura militare con una cassetta degli attrezzi contenente cinque chili di una miscela esplosiva artigianale che, se scoppiata a dovere, avrebbe potuto tranquillamente causare danni a persone e cose di tutto rispetto ancorchè non apocalittici; invece, per fortuna, l'ordigno ha funzionato solo parzialmente, causando la perdita di una mano e della vista, all'attentatore, e il leggero ferimento, come già detto, del bravo caporale che gli ha intimato l'alt.
Sembrerebbe, per ora, trattarsi del gesto di una "cellula" locale di pochi elementi e senza legami con importanti reti islamiche organizzate, per quanto sicuramente ispirato dalla delirante mistica del jihad e dell'autoimmolazione seminatrice di morte tra gli "infedeli", i quali anche da quella caserma, guarda caso, partono per le loro missioni in Afghanistan. Tuttavia, ciò non deve certo indurci a sottovalutare la pericolosità di simili terroristi "fai da te", e corre l'obbligo di riflettere seriamente sull'ambiente socio-religioso-culturale, all'interno della comunità islamica, da cui costoro provengono e su quali criteri debbano guidare una politica di integrazione che salvaguardi al tempo stesso le primarie esigenze di sicurezza collettiva in tempi tanto critici per la civile convivenza tra etnìe e culture tanto diverse.
Mohamed Game era in Italia da parecchi anni, immigrato regolare, con sulle spalle una regolare famiglia composta da moglie italiana e quattro figli ed un regolare mestiere,anche se afflitto da qualche superabile problema lavorativo ed alloggiativo. Insomma, ormai un quasi "baùscia" apparentemente tranquillo ed integrato, che ultimamente aveva anche preso a frequentare la discussa "moschea" di viale Jenner, quella dove, sugli effettivi contenuti di promozione della pace e di ferma condanna di ogni violenza dei sermoni che vi sono pronunciati, in idioma a noi incomprensibile, non si è mai onestamente potuta mettere la mano sul fuoco.
Ma è proprio tra gli immigrati islamici esteriormente più inseriti nella società occidentale e rispettosi delle leggi che, ormai l'esperienza ha insegnato, possono nascondersi gli agenti del terrorismo integralista: ben difficilmente uno di essi si celerà dietro ad uno di quei lavavetri o venditori di cianfrusaglie che ci assillano ai semafori, e molto improbabilmente, anche, sarà uno di quelli dediti alla microcriminalità comune, come uno spacciatore o uno stupratore.
Per potere pianificare, preparare, mantenere i contatti segreti giusti nell'ombra, indisturbatamente e senza destare sospetti, è invece molto utile una facciata di rispettabilità accompagnata da sufficienti possibilità materiali; senza contare che è poi l'adesione fanatica a seppur distorte visioni della dottrina islamica la principale molla animatrice di simili fenomeni, mentre, nei comportamenti di delinquenti comuni e sbandati extracomunitari che campano di espedienti, non sembra certo ravvisabile la tendenza a conformarsi ad alcun genere di disciplina religiosa, comunque intesa.
A spingere questi invasati contro le nostre persone, cose ed istituzioni non sono dunque motivi d'ordine sociale, o di disperata reazione a presunte realtà di emarginazione o di discriminazione subite dai poveri immigrati delle loro provenienze in seno alla nostra società, come tante anime belle nostrane vorrebbero invece continuare a fare credere, forse anche per via di una tradizione materialista dura da rimuovere dal pensiero della sinistra, che rende difficile concepire tanto slancio, fino al supremo sacrificio di sè stessi, motivato soltanto da ragioni religiose o spirituali.
Non è, quindi, con le ricette "buoniste" delle sempre maggiori concessioni, delle maniche sempre più larghe in fatto di libertà di riunirsi a "pregare" e di erigere luoghi di culto, al di fuori di ogni controllo, che si favorirà un'integrazione costruttiva e sicura di tali soggetti nei nostri paesi. Questa sarebbe pura illusione ed una "Monaco" che, a lungo andare, ci costerebbe cara. E' bene ribadire fino alla nausea che questa gente, da buonismo, tolleranza e disponibilità nei suoi confronti, non si lascerà mai intenerire, che i suoi obiettivi non sono infatti rivendicativi di maggiore rispetto o di migliori condizioni di vita per gli immigrati o per i popoli islamici in generale, ma di lotta al mondo occidentale per ciò che esso rappresenta, e che di ogni più piccolo cedimento che gli parrà debolezza approfitterà senza esitare.
Gli interessi della vera integrazione e della nostra sicurezza si tutelino piuttosto prevenendo la predicazione dell'odio tramite controlli rigorosi nelle moschee, imponendo loro la trasparenza dei bilanci (chi li finanzia? Chi finanziano?), esigendo verifiche sulla formazione ricevuta e sul curriculum degli "imam" che vi operano, magari istituendo un "albo degli imam" come suggerito da ministro Ronchi, promuovendo, per quanto possibile, la pronuncia dei sermoni in italiano, ed infine disciplinando rigidamente la nascita di nuovi luoghi di culto islamici.
Intanto, nell'immediato, non si lasci riposare l'intelligence e tutti gli altri organi preposti alle indagini negli ambienti a rischio e alla prevenzione-repressione di atti criminosi come quello appena verificatosi.
Soprattutto, con l'attentato di Milano ancora fresco, si agisca molto e se ne parli poco, onde non indurre in tentazione eventuali potenziali emulatori che potrebbero sentirsi, loro, chamati da Allah a cercare di centrare il disastroso risultato mancato per un soffio dall'ingegnere libico.
Tommaso Pellegrino

giovedì 30 luglio 2009

AFGHANISTAN: SIAMO IN GUERRA O NO?

Le vicende della nostra pluriennale missione militare in Afghanistan, causa il surriscaldarsi della situazione sul campo ed il conseguente aumento della frequenza con cui ci giungono dolorose notizie di attentati al nostro contingente, come a quelli di altre nazioni alleate, spesso con militari caduti o feriti, sono ultimamente balzate sotto i riflettori dell'attenzione pubblica come poche volte in precedenza, ed hanno sollevato qualche dubbio e fatto scricchiolare consolidate certezze persino in chi non aveva prima mai minimamente vacillato nel sostenere la necessità del contributo italiano allo sforzo internazionale volto a favorire la ricostruzione materiale e civile, nella indispensabile cornice di sicurezza, di quel martoriato Paese.
Intendiamoci, le parole vagamente accennanti ad un improbabile "ritiro" dei nostri soldati pronunciate, nei giorni scorsi, dagli esponenti leghisti non vanno interpretate come qualcosa di diverso da ciò che sono in realtà state: semplici sfoghi "paterni" di fronte alla triste sorte di tanti bravi ragazzi, secondo la definizione dello stesso ministro della Difesa La Russa, indipendenti dal ruolo politico dei soggetti, che infatti non sono poi venuti meno all'impegno di sostenere la linea di governo in sede di voto di riconferma delle missioni militari all'estero. Del tutto ingiustificati sono perciò, a tale propsito, tanto i timori degli alleati quanto i tentativi di strumentalizzazione del caso da parte dell'opposizione, interessata ad intravedervi segni di frattura all'interno della coalizione governativa.
Tuttavia, un inquietante interrogativo se lo pongono in molti e riguarda, piuttosto, la natura del nostro impegno militare in Afghanistan, dopo che l'intensificarsi dell'attività talebana, l'allentamento di certi "caveat" nazionali e l'invio nel teatro anche di mezzi più tipicamente offensivi quali i bombardieri "Tornado" ( che ora, da semplici ricognitori, pare stiano per essere adibiti anche alle loro più consone mansioni di attacco) sembrano avere a poco a poco reso la missione più simile ad una autentica campagna di guerra che non all'operazione "di pace" originariamente tanto decantata, anche per via del noto imperativo di continuare a servirsi delle solite collaudate formule eufemistiche e "politicamente corrette", onde rendere questi interventi all'estero digeribili ad un'opinione pubblica come la nostra, fino a quando esse fniscono per assumere, spiace dirlo, toni di amara ipocrsia, in quanto diviene evidente che i termini più appropriati per definire certe situazioni sarebbero ormai ben altri.
E inoltre, posto che si tratti davvero di guerra, sarebbe una guerra cui potremmo legittimamente partecipare, vigendo il celeberrimo e sempre citato, a proposito e più spesso a sproposito, articolo 11 della Costituzione?
Intanto, occorre precisare che, essendoci di mezzo dei contingenti militari armati, il confine tra situazione di fatto "di pace" e "di guerra" è sempre parecchio sfumato. Anche la più classica delle missioni propriamente "di pace", cioè quella inviata a vigilare sull'osservanza di un cessate il fuoco già precedentemente sottoscritto da due contendent, quella del tipo, per intenderci, spesso affidato a "caschi blu" dell'ONU (esempio: Libano), può infatti trasformarsi in un episodio di guerra di fatto, anche se non dichiarata (formalità, questa, peraltro caduta in disuso ormai da più di sessant'anni, persino in caso di autentici conflitti "tradizionali"), qualora qualcuno decidesse di rompere la tregua e i soldati in missione venissero attaccati o coinvolti negli scontri. Certo, il rischio pratico di degenerazioni belliche è invero molto più basso in questo genere di missioni che non in operazioni tipo Afghanistan o Iraq, ma, se davvero fosse totalmente nullo, non ci sarebbe neppure il bisogno di inviare contingenti internazionali armati.
Appunto in Afghanistan, dopo una breve fase oggettivamente "combat", cioè di guerra guerreggiata conclusasi con la dissoluzione del regime talebano, protettore dei terroristi islamici responsabili dell'ecatombe dell'11 settembre, il contingente a guida NATO, ISAF, cui partecipa l'Italia, si sobbarca l'onere di favorire e proteggere militarmente il processo di ricostruzione materiale, morale, politico e civile del Paese, nel vuoto di potere creatosi.
E' anch'essa indubbiamente un'operazione "di pace": i soldati stranieri, specie quelli italiani e di qualcun'altra delle nazioni partecipanti, impegnati in assistenza alle popolazioni, opere pubbliche ecc., sono vincolati da rigidi "caveat" e l'uso delle armi è previsto solamente per la difesa in senso stretto. A differenza che nel caso precedentemente esaminato, però, qui non si vigila sull'osservanza di una tregua raggiunta tra due contendenti; il "nemico" non ha siglato alcuna resa o accordo, è solo stato sonoramente battuto in campo aperto, cacciato dalle leve del potere e costretto alla macchia, dove necessita di tempo per riorganizzarsi, prima di tornare a rappresentare un pericolo.
In effetti, dopo pochi anni di relativa tranquillità, duante i quali quella in Afghanistan sembrava quasi diventata una missione di pace di routine come tante altre, l'insorgenza talebana esplode con inaspettata virulenza, trasformando particolarmente alcune regioni del Paese in scenari di guerriglia e costringendo i reparti NATO ivi schierati ad un brusco cambio di atteggiamento.
Per l'Italia, schierata in zone meno direttamente ivestite dal fenomeno, ma pur sempre esposta a maggiori pericoli e tensioni, cominciano la crisi di identità sul proprio ruolo e gli equilibrismi politici per cercare, al tempo stesso, di non perdere prestigio presso gli alleati, i quali premono per un sempre maggiore impegno di tutti nel teatro, e di salvare ad ogni costo, all'interno, l'immagine retorica della missione "di pace", condizione indispensabile, specie con una maggioranza come quella del biennio Prodi, per non perdere il sostegno parlamentare alla missione.
La prudenza con la quale vengono velate le brutte notizie in arrivo dal fronte raggiunge vette sublimi: per anni, ad esempio, ad ogni annuncio di attacco subito dalle nostre truppe, si bada bene a non usare la parola "talebani", ma a dare la colpa di tutto a generici "elementi ostili"; l'esistenza di un avversario bene identificato fa infatti pensare ad una situazione di guerra in corso, mentre l'"elemento ostile" chiunque lo può incontrare anche passeggiando pacificamente in una qualsiasi città italiana. Soltanto recentissimamente, con il cambio di guida politica nel nostro Paese e l'avvento di un ministro della Difesa come Ignazio La Russa, si è cominciato a chiamare un po' di più le cose con il loro nome, ad ammettere con maggior franchezza la realtà della situazione, a lasciare un poco da parte certe forme che, ripeto, sanno troppo di tragica ipocrisia.
Siamo dunque in guerra o no, in Afghanistan? Da un punto di vista giuridico, sicuramente la risposta a tale quesito dev'essere negativa, ma è inutile negare che, laggiù, ci si trova a dover agire in un ambiente infestato da formazioni organizzate ed armate che si considerano perfettamente in guerra con noi, come con ogni altro appartenente alle forze militari internazionali, anche se noi ci ostiniamo a non ritenerci in guerra con loro. Diciamo che è una missione di pace nella quale le armi più idonee a fronteggiare le minacce esercitate non possono purtroppo essere soltanto un elemento quasi decorativo come in altri teatri, bensì debbono essere impiegate, senza eccessi e senza parsimonia, nel contesto dei compiti a noi assegnati nell'ambito dello sforzo internazionale, che tuttavia non dev'essere soltanto bellico, ma anche di "conquista dei cuori e delle menti" dei locali, di vero appoggio alla ricostruzione, di eventuale ricerca di un dialogo con coloro con i quali ciò fosse possibile.
Sarebbe assurdo perorare il ritiro proprio ora, solo perchè la missione si presenta più difficile di come l'avremmo desiderata.
La posta in gioco è troppo alta e il momento troppo decisivo: contribuire a riportare sicurezza e stabilità in un angolo del mondo dove non è remoto il rischio che persino le cinquanta testate nucleari pachistane possano cadere in mani terroriste è un atto di difesa così vitale che certo nessun articolo 11 di nessuna Costituzione può ritenere illegittimo.
Tommaso Pellegrino

giovedì 11 giugno 2009

ELEZIONI EUROPEE: CHI HA PERSO POCO E CHI CREDE DI AVER VINTO MOLTO.

E' finalmente calato il sipario anche su queste ultime consultazioni elettorali per il rinnovo del Parlamento Europeo, consultazioni queste, inutile negarlo, da sempre scarsamente "sentite" sia dal "palazzo" che dalla gente comune, se non come mera occasione di verifica dei più freschi orientamenti assunti dall'elettorato domestico verso chi, pro tempore, detiene la responsabilità del governo del Paese e chi si arrabatta invece per mettergli i bastoni tra le ruote, e possibilmente rosicchiargli qualche consenso, come opposizione, al fine di trarne conclusioni utili soltanto per le consuete schermaglie che animano il teatrino politico interno.
Se non proprio giustificabile, questo atteggiamento mentale è per lo meno facilmente spiegabile: nonostante l'esistenza di questo Parlamento eletto a suffragio universale e la moneta unica, infatti, l'Unione Europea, piaccia o non piaccia, è ancora ben lungi dall'essere (e chissà se mai lo diverrà) quello che si dice uno stato federale, come lo sono, ad esempi, gli Stati Uniti d'America. Con i nostri voti per l'Europa, noi non eleggiamo, cioè, una maggioranza che poi esprimerà un vero esecutivo comunitario dotato di poteri effettivi e diretti di governo e, soprattutto, con la titolarità esclusiva della politica estera dell'intera Unione, divenuta così un unico soggetto di diritto internazionale. E' dunque in un certo qual modo naturale che, malgrado le direttive europee disciplinino ormai svariatissmi aspetti della nostra vita e condizionino la politica del Paese, si possa non percepire, avvicinandosi a queste elezioni, quella stessa sensazione di compiere una scelta fondamentale per i nostri destini di governati provata invece quando si tratta di votare per le politiche o per le amministrative, ma, nella campagna elettorale appena conclusasi e negli attuali dibattiti del dopo-voto, pare si sia andati e si stia andando ben oltre la fisiologica messa in secondo piano dei temi squisitamente europei per concentrarsi quasi esclusivamente sulle ripercussioni dell'esito della consultazione comunitaria sugli equilibri politici interni.
Nei mesi precedenti il voto, certe forze politiche italiane hanno deliberatamente scelto di trasformare la campagna elettorale per le europee nella più aspra battaglia senza esclusione di colpi, leciti ed illeciti, mirante a demolire l'avversario sul piano morale ed umano prima ancora che su quello politico.
Lo spettacolo è stato, a tratti, indegno; si è cercato di sfruttare di tutto: dai guai familiari del capo del governo a suoi presunti illeciti, dalle allusioni a suoi possibili rapporti ambigui con candide diciottenni alle ineleganti disquisizioni sulle qualità estetico-intellettive di talune candidate di parte governativa.
Nell'obbiettiva difficoltà ad esercitare un'opposizione motivata, brandendo argomenti validi, contro un governo che ha aumentato sensibilmente la sicurezza nelle strade cittadine, che sta migliorando il rendimento della Pubblica Amministrazione introducendovi la cultura della meritocrazia, che darà la possibilità ai terremotati d'Abruzzo di andare ad abitare in vere case dopo pochi mesi dal verificarsi del sisma stesso, e che ha finalmente adottato una drastica, ma efficace, politica di contrasto all'immigrazione clandestina via mare, gli avversari non hanno disdegnato neppure il ricorso a colpi bassi abbondantemente al di sotto della cintura, come quello di dubitare persino delle qualità di buon educatore del premier per ipotetici nuovi figli, suscitando le giuste rimostranze della prole reale già cresciuta, e cresciuta bene, maggiorenne e vaccinata.
Alla fine, lo scadente antiberlusconismo fine a sè stesso, in bocca a chi avrebbe invece avuto il compito istituzionale di proporre serie alternative alla politica governativa, non è stato per questi pagante, ed ha determinato soltanto il rafforzamento dell'ala peggiore dell'opposizione, quella che tanto più prospera quanto più la buona politica latita.
I risultati della sfida sono noti: la coalizione al governo in Italia ha saldamente tenuto, come pure il centro-destra di Sarkozy in Francia, mentre una crisi della sinistra che non è solo nostrana, ma generalizzata, ha portato a grosse delusioni per le forze al potere in quasi tutto il resto d'Europa.
Il PDL ne è uscito con un risultato leggermente inferiore alle aspettative, è vero, ma i suoi due punti percentuale in meno rispetto alle elezioni politiche di poco più di un anno fa non sono i ben sette in meno riportati, nello stesso raffronto, dal PD, che pure si dichiara soddisfatto per essere almeno riuscito ad arginare uno "sfondamento" senza precedenti da parte dell'avversario, imponendogli una "battuta d'arresto".
E' infatti tra le più consolidate tradizioni italiane quella di vedere tutti il bicchiere mezzo pieno dopo le tornate elettorali; ed anche chi ha perso poco o tanto si sente sempre un po' vincitore.
Pur rimanendo sostanzialmente inalterato l'equilibrio tra le coalizioni di maggioranza e di opposizione, i due protagonisti principali sulla scena politica nazionale ci hanno invero entrambi rimesso qualcosa, seppure in misura diversissima, a vantaggio dei loro rispettivi alleati più "esuberanti", ma è innegabile che vi sia stato chi, dalla prova, ha avuto conferma di avere fin qui operato secondo le aspettative di chi lo ha eletto e chi, invece, ha ricevuto un forte segnale dell'urgenza di un cambiamento di rotta.
Tommaso Pellegrino

martedì 28 aprile 2009

IL 25 APRILE, ALEMANNO ED ALTRO...

Come ad ogni sopraggiungere di tale data cruciale, anche in vista di questo 25 aprile ci si era già pressochè rassegnati ad assistere alle consuete polemiche di bassa lega e manovre di appropriazione della festa ad opera di un solo versante politico ben definito, manovre in passato sempre favorite, bisogna ammetterlo, anche dalle sostanziali assenze nelle sedi più opportune e dalla rinuncia, per quieto vivere, a rivendicare con la dovuta energia il proprio ruolo nella lotta resistenziale, o, almeno, il proprio diritto a festeggiare come tutti la riconquistata libertà, da parte di quei protagonisti di altri orientamenti politici che sono spesso ben più sinceri fautori degli ideali posti alla base della nostra democrazia di quanto non lo siano gli apparenti padroni della festa, ma non altrettanto aggressivi e possibilitati a convogliare grandi masse, a proprio sostegno, nelle piazze ove solo chi fa più chiasso sembra avere diritto di cittadinanza.
Invece, quest'anno, qualcosa sembra essersi finalmente mosso nel senso del reciproco venirsi incontro tra italiani e dell'intendere la ricorenza come veramente "nazionale" anzichè appannaggio di una sola parte.
Il presidente della Repubblica, gesto ancora più significativo in quanto compiuto proprio da una delle più autorevoli personalità di quella sinistra da sempre ritenutasi depositaria esclusiva di storia e valori della lotta partigiana, si è recato a Montelungo, dove ad esordire contro i tedeschi non furono i partigiani, ma i militari regolari del ricostituito Regio Esercito, ed ha ricordato che a "nessun caduto di qualsiasi parte (...) si può negare rispetto e pietà".
Il capo dell'opposizione ha invitato quello del governo a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile, come non aveva mai fatto precedentemente (magari nella segreta speranza che rifiutasse, così da avere l'appiglio per innescare sterili polemiche, come da migliori tradizioni di ogni anno a questa data), e questi ha accettato, ancorchè non recandosi a Milano (come avrebbe voluto il Franceschini) o in altra piazza "calda" del Nord Italia, teatro effettivo dei fatti insurrezionali di sessantaquattro anni fa, dove ad attenderlo sarebbero state soprattutto masse mobilitate dalle forze politiche prevalenti in quel contesto (e quindi, inutile negarlo, da quelle di sinistra, con tutta la buona volontà ben difficilmente immaginabili ad osannare Berlusconi) e che, comunque, non avrebbe certo costituito una cornice adatta per la presenza di un capo di governo, ma prma presenziando alla cerimonia ufficiale nella capitale e poi recandosi in quel di Onna, già teatro di una strage nazista ed oggi provata dalla tragedia del terremoto abruzzese.
Negli interventi di tutte le personalità della maggioranza, secondo taluni ancora in bilico tra nostalgie mussoliniane e conversione all'antifascismo, la piena adesione ai valori democratici e costituzionali, trionfanti con la vittoria di quanti, nel '43-45 combatterono contro il nazifascismo, è stata inequivocabile come mai in precedenza, e, se questo può apparire in un certo qual modo scontato per quanto riguarda gli esponenti del PDL provenienti da Forza Italia, da sempre in prima linea nella difesa dei valori liberali, essa non si è rivelata meno convinta da parte anche degli ex di Alleanza Nazionale, vale a dire del partito discendente da quel MSI ancora pochi anni or sono non certo sospettabile di eccessivo antifascismo.
Il passo successivo è stato il pieno accoglimento della richiesta avanzata dall'opposizione (chissà se, anche in questo caso, per cercare la rissa nel caso di una risposta a picche) di ritirare un discutibile progetto di legge che avrebbe equiparato combattenti repubblichini, partigiani e del Regio Esercito cobelligerante nel comune diritto a cavalierati e vitalizi.
Al netto accoglimento di questa richiesta, e alla netta presa di posizione su quale sia, tra le parti in lotta nel '43-45, quella da ringraziare per le odierne libertà democratiche, non ha mancato di associarsi neppure il sindaco della capitale ed ex dell'estrema destra Alemanno; lo stesso che, giorni fa, è stato bersaglio di gratuiti apprezzamenti non propriamente benevoli da parte di un patetico sindaco di Parigi che vogliamo credere solamente disinformato sulle reali posizioni del suo collega romano, e non in aperta malafede.
Parrebbe, quindi, che più nulla possa offrire il destro ad insinuazioni sulla mancata condivisione dei valori fondanti della nostra Repubblica, almeno tra le grandi forze politiche destinate ad alternarsi democraticamente alla guida del Paese.
Certo rimarrà qualche isolato a non accorgersi del progredire del treno della Storia, come chi ha tanto cretinamente (ma anche prevedibilmente) contestato Formigoni a Milano, o come chi resterà fermo su posizioni ormai fuori del tempo anche sul versante politico opposto. Ma saranno persone e gruppi che si autoemargineranno, che saranno sempre in meno e peseranno sempre meno.
La condvisione dei valori di base è invece essenziale in una moderna democrazia degna di tale nome, non c'è alcun grande Paese in cui questa non si sia realizzata, e poi si potrà, anzi si dovrà, differenziarsi e confrontarsi su tutto il resto.
Tommaso Pellegrino

lunedì 9 febbraio 2009

INTERROMPETE QUELL' INTERRUZIONE!

Ho finora evitato di prendere posizione sulla drammatica vicenda di Eluana Englaro per una molteplicità di motivi.
In primo luogo, per il rispetto che andrebbe comunque tributato ai protagonisti di simili tragedie, tanto profondamente umane e tanto diverse dalle questioni, solitamente a carattere politico o storico, a proposito delle quali chi mi conosce sa che sono invece sempre ben pronto a lanciarmi in ogni disputa con la mia consueta mancanza di preconcetti e peli sulla lingua. In secondo luogo perchè, contrario ad ogni pratica di accanimento terapeutico non meno che a quelle in cui una vita umana di per sè in grado di proseguire il suo corso senza l'aiuto artificiale di fantascientifici macchinari viene soppressa (vedi quindi aborto, eutanasia, pena di morte ecc.), non mi ero ancora del tutto convinto del fatto che quel "nutrimento" costantemente somministrato ad Eluana - non certo a base di pane e salame, bensì di chissà quale pozione preparata da personale medico altamente specializzato ed introdotta nel corpo tanto invasivamente con un sondino - non costituisse, dopotutto, proprio una sorta di accanimento terapeutico, più che un semplice dare da mangiare e da bere ad una donna si affetta da gavissima disabilità, ma con organi vitali perfettamente in grado di funzionare da soli senza ausilii "meccanici", ovviamente a condizione, come avviene per tutti noi, che la persona venga in qualche modo nutrita ed idratata.
In più, ad aumentare la mia perplessità, c'era quella sentenza della Cassazione che autorizzava la sospensione del trattamento alla paziente, di fronte alla quale mi era difficile credere che lo stato stesse avallando, in quel modo, una vera e propria eutanasia; quindi qualcosa doveva per forza sfuggirmi.
Ora, tuttavia, con l'avvio dell'atto finale della vicenda, e quindi con l'intensificarsi del dibattito e delle manifestazioni attorno alla casa di riposo teatro dell'evento "La Quiete" (il cui nome suona, a questo punto, oltremodo ironico), nonchè dei tentativi di ogni genere per cercare di fermare tutto in extremis, qualcosa comincia ad apparire sotto una luce più chiara.
Si: non c'è più alcun dubbio che in quella struttura udinese si stia consumando un omicidio. Un omicidio del tutto particolare, intendiamoci, con moventi che affondano le radici in indescrivibili travagli d'animo e sofferenze nelle decisioni da prendere, un omicidio per certi versi simile a quello che commette la donna che abortisce e non ai delitti, per dire, di mafia, ma pur sempre un omicidio, e non il semplice stacco della spina a macchinari sofisticati che fanno funzionare organi vitali altrimenti già da tempo non più in grado di farlo.
Si è voluto giustificare l'avallo giuridico riconosciuto a questa drastica soluzione sbandierando una "presunta" volontà della paziente di rifiutare una vita nello stato vegetativo di questi ultimi diciassette anni: ella avrebbe cioè assistito, prima di finire lei stessa nelle medesime condizioni, alla vicenda di un caro amico ridotto in quello stato in seguito ad un incidente, e si sarebbe fatta promettere di non essere lasciata vivere in quello stato qualora a lei fosse toccata la stessa sorte.
Ma, domineddio, chi di noi non si è mai lasciato andare ad espressioni del genere, o anche ad altre ancora più "forti", sull'onda delle emozioni provocate da una tragedia capitata a persona cara, non essendo tuttavia, in quel momento, neppure sfiorati dall'idea che davvero quello stesso fatto stesse per colpire anche noi a breve termine? Chi può dire che tale sarebbe ancora oggi, oggi che si trova effettivamente in quella terribile circostanza, il reale desiderio di Eluana, che lei ovviamente non può esprimere?
La contrapposizione tra chi propugna la sospensione del trattamento nutritivo alla donna e chi lotta per la salvezza della stessa non si traduce, come è stato detto e scritto da più parti, nello scontro tra "laici" e cattolici. Da liberale sostenitore dello stato laico e della laicità in politica, anche se intimamente cattolico, dico che provocare la morte di un essere umano interrompendo quella nutrizione che rappresenta la sola condizione affinchè esso possa continuare a vivere, sebbene in condizioni di estrema invalidità, dovrebbe andare contro lo stesso diritto naturale, a prescindere assolutamente da qualsivoglia convinzione religiosa.
Se del terribile vuoto legislativo esistente in Italia in materia di comportamenti da tenersi nei confronti di quelle persone che si trovano purtroppo in vario modo intrappolate in quella sorta di ampia "zona grigia" che sta tra la vita e la morte (dai vari gradi di coma alla morte cerebrale) qualcuno ha saputo approfittare per dare una specie di legittimità ad azioni aberranti, sta ora agli organi competenti, Governo e Parlamento, fare di tutto per porvi rimedio con un'urgenza senza precedenti.
Ed è quello che sembra stiano effettivamente facendo.
Nell'attesa, per carità, interrompete quell'interruzione.
Tommaso Pellegrino

sabato 15 novembre 2008

DOBBIAMO TUTTI ESSERE "OBAMACONS"?

L'interminabile maratona delle elezioni presidenziali americane si è alla fine conclusa, giorni fa, con la vittoria nettissima del primo presidente di colore della storia di quella Nazione: il democratico Barack Hussein Obama.
Francamente non ricordavo un simile coinvolgimento emotivo, da parte dei miei connazionali, in nessuno dei precedenti eventi analoghi di cui conservo cosciente memoria. Sarà per la presunta svolta epocale, e comunque per la sicura novità, rappresentata dall'ascesa alla massima carica politica del Pianeta di un afro-americano relativamente giovane e non apparentemente favorito da natali ed estrazione sociale tali da farcelo immaginare come un predestinato a simili alte vette, sarà perchè la recente, graduale e stentata, trasformazione anche del nostro sistema in qualcosa di vagamente simile alla democrazia dell'alternanza bipartitica d'oltreoceano ci ha di fatto reso più familiare ed appassionante questo genere di sfide elettorali all'ultimo voto tra due candidati, portatori di due diverse idee, alla guida di un Paese, sta di fatto che si sono viste per la prima volta, da noi, vere eproprie manifestazioni di tifo organizzato pro-Obama, con tanto di veglie, specie nelle sedi del PD, in attesa del responso delle urne e commozione fino alle lacrime all'annuncio del risultato.
Per quanto mi riguarda, ancorchè notoriamente mi riconosca nella formazione politica che, in ambito italiano, può dirsi l'omologa del Partito Repubblicano USA, ho fatto mio il pensiero espresso dal nostro ministro della Difesa La Russa, secondo il quale lo schierarsi apertamente per l'uno o per l'altro dei due candidati in un un'elezione presidenziale americana (considerarli cioè "come Coppi e Bartali o come Veltroni e Berlusconi") fa tanto "provinciale", e me ne sono rimasto ad assistere all'evento più o meno distaccatamente, ben conscio del fatto che lì, dopo tutto (al di là dell'innegabile influenza che hanno, sul mondo intero, gli orientamenti dell'amministrazione USA), non si stava decidendo chi sarebbe stato il "mio" presidente, e che l'America rappresenta una realtà troppo diversa da quella nostrana perchè le siano applicabili tout court i consueti criteri d'analisi validi per il panorama italiano.
In altri termini, non poteva e non doveva essere così automatico che, soltanto perchè sostenitori del PDL o del PD in Italia, lo si fosse anche, rispettivamente, di John McCain o di Barack Obama in occasione del loro confronto elettorale per la conquista della Casa Bianca.
Oltreoceano, sotto certi aspetti, si vive infatti pressochè in un altro mondo: l'esistenza di un servizio sanitario nazionale simile a quello italiano, per limitarci ad un solo esempio, qui da noi data per scontata anche dal meno progressista e d assistenzialista dei portatori di un'opinione politica, in America è appena appena timidamente propugnata dai democratici più socialmente sensibili, e figuriamoci se sfiora le menti dei più conservatori.
Se dunque, persino negli stessi Stati Uniti, complice forse il non travolgente carisma del pur onesto patriota e vecchio reduce del Vietnam McCain, si è assistito ad una vera e propria massiccia migrazione di ex repubblicani di ferro nel campo del fascinoso candidato democratico di colore - tra i quali l'ex portavoce di Bush Mc-Clellan, l'ex governatore del Massachussets Weld e l'ex segretario di stato Colin Powell, per i quali è già stato coniato il neologismo "obamacons", cioè consevatori per Obama - a maggior ragione sono state numerose anche le personalità di destra o di centro-destra di casa nostra ad esprimere con decisione analoga preferenza: da un Francesco Storace che è andato a scrivere sul suo blog "Obama o morte", a un Paolo Guzzanti che ha ammesso senza problemi che avrebbe votato per il candidato democratico, a un Frattini che ha dichiarato "Sarebbe un ottimo presidente".
Con Barack Obama, certo ha vinto la voglia di cambiamento degli americani, dopo gli otto anni di un'amministrazione repubblicana non proprio priva di ombre, e si è riaffermata con vigore, nel mondo, la migliore immagine tradizionale di un'America dove tutti possono realizzare i loro sogni, per ambiziosi che siano.
Già questi ci sembrano buoni motivi per ritenerci lieti dell'esito elettorale e per guardare con fiducia al futuro.
Su un piano più concreto, il nuovo presidente promette poi di poggiare la propria futura condotta politica su cardini, per fortuna, ben distanti da certe fantasie riguardanti una sua presunta maggiore arrendevolezza o addirittura un suo quasi "pacifismo", nelle questioni internazionali e di lotta al terrorismo, ricamate su di lui da una certa, in questo forse un po' ingenua, sinistra nostrana, la quale è probabile che rimarrà alquanto delusa di fronte a quella che si rivelerà in seguito la realtà dei fatti.
Per fare qualche esempio, Obama è per la pace in Medio Oriente, ma considera prioritaria su ogni altra considerazione la tutela della sicurezza di Israele; non è disposto ad accettare un Iran con l'arma nucleare e non esclude l'uso della forza contro di esso; vuole andarsene gradatamente dall'Irak, ma anche dedicare maggiori attenzioni all'Afghanistan, sia sotto l'aspetto strettamente militare che sotto quello realisticamente diplomatico, ed è sua intenzione di rinforzare sensibilmente il corpo dei Marines.
Tra i maggiori vantaggi che l'elezione di Obama può portare, rispetto a ciò che ci si sarebbe potuto attendere in caso di una vittoria di McCain, ci sono senz'altro una maggior facilità di superamento di contrasti come quello creatosi recentemente con la Russia, sul piano internazionale, e qualche attenzione in più rivolta al sociale e alla sanità pubblica, su quello interno.
La domanda che ci sorge spontanea, in conclusione, è quindi se, anche per chi si considera senza vergogna un conservatore nel contesto politico della nostra Italia, questo progressista americano possa rappresentare l'uomo in cui riporre le migliori speranze di qualche futura schiarita nell'incasinatissimo mondo in cui ci si ritrova a vivere.
Allo stato attuale delle cose, credo che si possa azzardare una risposta positiva al quesito.
Può darsi che gli "obamacons" siano una categoria destinata a crescere anche in Italia.
Tommaso Pellegrino

martedì 28 ottobre 2008

4 NOVEMBRE: FESTA DI TUTTI GLI ITALIANI O SOLTANTO DI QUALCUNO?

Siamo uno strano popolo, forse unico: neppure le feste solenni e le date simboliche che maggiormente rappresentano tappe salienti e drammatiche del nostro cammino, durato oltre un secolo, verso le conquiste dell'unità nazionale, della totale libertà da ogni dominazione straniera e della più piena democrazia riescono ad accomunarci tutti in un sentimento (che dovrebbe collocarsi, una volta tanto, al di sopra delle meschine divisioni politiche) di celebrazione di eventi epocali che hanno cambiato il destino di ogni italiano indistintamente, e di composta riconoscenza nei confronti di quanti, in quelle circostanze, si sono inevitabilmente sacrificati di persona (trattandosi quasi sempre di fatti di sangue).
No: ognuna di queste ricorrenze deve puntualmente divenire occasione di strumentalizzazioni, per i propri fini, da parte di questo o quello schieramento politico, o di reciproche accuse, tra le fazioni, di farne delle feste di parte o di volersene appropriare in maniera esclusiva. Ne sono tipici esempi il 20 settembre, quando, nell'ultimo anniversario della conquista militare della nostra capitale, qualcuno sembra aver dato adito a sospetti di nutrire forse eccessive simpatie per i caduti di parte papalina; o il 25 aprile, che da sempre divide grottescamente gli italiani tra chi lo considera quasi esclusivamente una festa propria e chi invece non lo ritiene neppure una festa.
Ultimo "pomo della discordia" in ordine di tempo è il 4 novembre, anniversario (quest'anno il 90°) della Vittoria italiana sull'Austria-Ungheria nel primo conflitto mondiale, che fra poco si festeggerà con insolita pompa (parate, bande militari, concerto di Andrea Bocelli ecc.) e in occasione del quale il ministro della Difesa La Russa ha deciso di sguinzagliare per tutta Italia ufficiali dell'esercito con il compito di tenere lezioni sulla Prima Guerra Mondiale nelle scuole, venendo così accusato, da stampa ed illustri esponenti per lo più di sinistra, di orchestrare "la più imponente manifetazione di propaganda militare che l'Italia repubblicana abbia mai messo in piedi", anzi: di rischiare di fare apparire le forze armate uno strumento di parte "al servizio di propaganda politica".
In effetti, l'esperienza della partecipazione italiana alla Prima Guerra Mondiale, benchè altissima espressione di strenua lotta patriottica per la liberazione di una grossa fetta del Paese da una dominazione straniera tirannica, ha più di una carta in regola per risultare invisa alla sinistra odierna: intanto, trattasi di una guerra "classica", simmetrica, combattuta tra nazioni (per lo pù monarchie) mandando purtroppo a farsi macellare al fronte moltitudini di coscritti arruolati in eserciti regolari, e non - diversamente, ad esempio, dalla Resistenza- di un'epopea bellica nata da un impulso di ribellione dal basso, meglio ancora se condita da velleità rivoluzionarie proletarie, di quelle guerre, insomma, che, pur sanguinosissime e con punte di crudeltà spesso sconosciute alle altre, ai nostri sinistrorsi, sempre "pacifisti", non dimentichiamolo, nel solo senso che interessa a loro, non sono mai affatto dispiaciute. In secondo luogo, ad essere contrarie all'intervento nel conflitto '15-18 furono principalmente appunto le sinistre "ufficiali" dell'epoca, mentre i favorevoli a quell'avventura, o almeno i più visibili e chiassosi tra essi, furono invece proprio quei simpaticoni di varia appartenenza ideologica e sociale che, qualche anno dopo, avrebbero trovato una casa comune nel vituperato fascismo, e quegli intellettuali alla Papini che soffiarono sul fuoco con scritti del genere di "Amiamo la guerra!".
Altri elementi sono poi stati portati a sostegno dei propri punti di vista, nel dibattito scaturito negli ultimi giorni sull'argomento, da quegli autorevoli personaggi partcolarmente perplessi sull'opportunità di celebrare il 4 novembre nelle modalità decise, per quest'anno, dal governo: dall'inettitudine ed insensibilità dimostrate da comandanti come Cadorna nel mandare al macello una generazione in ripetuti, inutili e fallimentari attacchi sull'Isonzo, all'orrore delle decimazioni, alla dichiarazione di guerra all'Austria che sarebbe stata un deplorevole atto di "aggressione", non dettato da esigenze di difesa e, per di più, perpetrato contro il volere del Parlamento.
Di tutto questo campionario di osservazioni in negativo, qualcosa è inconfutabile, come la stoltezza e la mancanza di considerazione per la vita umana propria della strategia cadorniana o il fatto delle decimazioni, che effettivamente ci furono, sebbene, sotto detti punti di vista, noi italiani non costituivamo certo un'eccezione, nel panorama di tutti gli eserciti allora impegnati nell'"inutile strage". Su altre asserzioni è invece doveroso controbattere. E'ben vero, ad esempio, che, tra Italia ed Austria, quella che dichiarò per prima guerra all'altra fu l'Italia, ma è anche vero che, quando ciò accadde, era già in corso una guerra delle democrazie occidentali, più la Russia, contro gli Imperi Centrali, innescata proprio dall'attacco mosso dall'Austria alla Serbia quasi un anno addietro, in seguito all'attentato di Sarajevo. In base alla stessa logica, dovremmo allora considerare atti di aggressione anche i nostri recenti interventi armati in Irak (1991) e Serbia, in quanto Saddam Hussein e Milosevic non attaccarono certo per primi l'Italia, ma, rispettivamente, il Kuwait e il Kosovo, provocando reazioni internazionali cui si ritenne doveroso partecipare.
L'intervento nel conflitto europeo poteva apparire, anche ad esponenti di equilibrio e moralità indubitabili, come un'occasione irripetibile per chiudere definitivamente la partita con il grande nemico storico (malgrado l'alleanza senza amore che durava ormai da trent'anni con esso) e completare così il processo risorgimentale; una linea forse ritenibile più efficace di quella, suggerita da Giolitti, di barattare concessioni territoriali con il mantenimento della nostra neutralità.
Ad aderire all'interventismo non furono infatti soltanto futuri fascisti, esaltati nazionalisti o intellettuali in preda a "vergognoso bellicismo", come lo definisce Angelo D'Orsi, alla Papini (le cui performances letterarie di allora non andrebbero comunque giudicate con i criteri odierni), ma anche sinceri democratici come Bissolati e Salvemini, future vittime del fascismo come Giovanni Amendola, Antonio Gramsci e Carlo Rosselli, e persino quello stesso Ungaretti che proprio il quotidiano della sinistra radicale "Liberazione" invita a leggere, come antidoto al presunto clima di esaltazione bellica, anzichè celebrare il 4 novembre.
Quanto al voto favorevole all'entrata in guerra da parte del Parlamento, infine, questo formalmente ci fu, anche se la maggioranza dei parlamentari in carica era in origine contraria ed il loro cambio di orientamento fu non poco forzato dalla virulenza delle manifestazioni di piazza pro intervento e dal clima di inevitabilità della grande prova internazionale venutosi a creare.
Fatte queste precisazioni, sia scolpito a chiare lettere, scopo degli eventi celebrativi collegati a questo 90° anniversario della Vittoria del 1918 non è quello di promuovere una propaganda militarista che esalti il ricorso alla guerra e neghi le tragedie, le negligenze e perfino i crimini che caratterizzarono tanti aspetti della conduzione di quella che passò alla Storia come la Grande Guerra.
Occorre invece che tutti gli italiani, e specie le generazioni più giovani, abbiano coscienza dell'evento colossale in grado di amalgamare per la prima volta tutti gli italiani delle più disparate provenienze regionali e sociali in uno sforzo eroico che - specie nell'ultima fase della guerra, con una fetta considerevole di territorio nazionale invasa dal nemico e quindi con la nascita di nuove spinte motivazionali e l'attenuazione delle divergenze di vedute sul conflitto tra connazionali - li fece sentire veramente una nazione e portò ad una liberazione dallo straniero in tutto paragonabile a quella che sarebbe poi avvenuta nel 1945.
Questa consapevolezza dev'essere patrimonio di tutti noi, e i ricordi commossi di enrtrambi questi eventi tanto decisivi della nostra Storia non possono essere appannaggio di una sola parte e divenire fattori più di divisione che non di unione.
Dio ci salvi dall'avere un 25 aprile festa della sinistra ed un 4 novembre festa della destra.
Tommaso Pellegrino