sabato 15 novembre 2008

DOBBIAMO TUTTI ESSERE "OBAMACONS"?

L'interminabile maratona delle elezioni presidenziali americane si è alla fine conclusa, giorni fa, con la vittoria nettissima del primo presidente di colore della storia di quella Nazione: il democratico Barack Hussein Obama.
Francamente non ricordavo un simile coinvolgimento emotivo, da parte dei miei connazionali, in nessuno dei precedenti eventi analoghi di cui conservo cosciente memoria. Sarà per la presunta svolta epocale, e comunque per la sicura novità, rappresentata dall'ascesa alla massima carica politica del Pianeta di un afro-americano relativamente giovane e non apparentemente favorito da natali ed estrazione sociale tali da farcelo immaginare come un predestinato a simili alte vette, sarà perchè la recente, graduale e stentata, trasformazione anche del nostro sistema in qualcosa di vagamente simile alla democrazia dell'alternanza bipartitica d'oltreoceano ci ha di fatto reso più familiare ed appassionante questo genere di sfide elettorali all'ultimo voto tra due candidati, portatori di due diverse idee, alla guida di un Paese, sta di fatto che si sono viste per la prima volta, da noi, vere eproprie manifestazioni di tifo organizzato pro-Obama, con tanto di veglie, specie nelle sedi del PD, in attesa del responso delle urne e commozione fino alle lacrime all'annuncio del risultato.
Per quanto mi riguarda, ancorchè notoriamente mi riconosca nella formazione politica che, in ambito italiano, può dirsi l'omologa del Partito Repubblicano USA, ho fatto mio il pensiero espresso dal nostro ministro della Difesa La Russa, secondo il quale lo schierarsi apertamente per l'uno o per l'altro dei due candidati in un un'elezione presidenziale americana (considerarli cioè "come Coppi e Bartali o come Veltroni e Berlusconi") fa tanto "provinciale", e me ne sono rimasto ad assistere all'evento più o meno distaccatamente, ben conscio del fatto che lì, dopo tutto (al di là dell'innegabile influenza che hanno, sul mondo intero, gli orientamenti dell'amministrazione USA), non si stava decidendo chi sarebbe stato il "mio" presidente, e che l'America rappresenta una realtà troppo diversa da quella nostrana perchè le siano applicabili tout court i consueti criteri d'analisi validi per il panorama italiano.
In altri termini, non poteva e non doveva essere così automatico che, soltanto perchè sostenitori del PDL o del PD in Italia, lo si fosse anche, rispettivamente, di John McCain o di Barack Obama in occasione del loro confronto elettorale per la conquista della Casa Bianca.
Oltreoceano, sotto certi aspetti, si vive infatti pressochè in un altro mondo: l'esistenza di un servizio sanitario nazionale simile a quello italiano, per limitarci ad un solo esempio, qui da noi data per scontata anche dal meno progressista e d assistenzialista dei portatori di un'opinione politica, in America è appena appena timidamente propugnata dai democratici più socialmente sensibili, e figuriamoci se sfiora le menti dei più conservatori.
Se dunque, persino negli stessi Stati Uniti, complice forse il non travolgente carisma del pur onesto patriota e vecchio reduce del Vietnam McCain, si è assistito ad una vera e propria massiccia migrazione di ex repubblicani di ferro nel campo del fascinoso candidato democratico di colore - tra i quali l'ex portavoce di Bush Mc-Clellan, l'ex governatore del Massachussets Weld e l'ex segretario di stato Colin Powell, per i quali è già stato coniato il neologismo "obamacons", cioè consevatori per Obama - a maggior ragione sono state numerose anche le personalità di destra o di centro-destra di casa nostra ad esprimere con decisione analoga preferenza: da un Francesco Storace che è andato a scrivere sul suo blog "Obama o morte", a un Paolo Guzzanti che ha ammesso senza problemi che avrebbe votato per il candidato democratico, a un Frattini che ha dichiarato "Sarebbe un ottimo presidente".
Con Barack Obama, certo ha vinto la voglia di cambiamento degli americani, dopo gli otto anni di un'amministrazione repubblicana non proprio priva di ombre, e si è riaffermata con vigore, nel mondo, la migliore immagine tradizionale di un'America dove tutti possono realizzare i loro sogni, per ambiziosi che siano.
Già questi ci sembrano buoni motivi per ritenerci lieti dell'esito elettorale e per guardare con fiducia al futuro.
Su un piano più concreto, il nuovo presidente promette poi di poggiare la propria futura condotta politica su cardini, per fortuna, ben distanti da certe fantasie riguardanti una sua presunta maggiore arrendevolezza o addirittura un suo quasi "pacifismo", nelle questioni internazionali e di lotta al terrorismo, ricamate su di lui da una certa, in questo forse un po' ingenua, sinistra nostrana, la quale è probabile che rimarrà alquanto delusa di fronte a quella che si rivelerà in seguito la realtà dei fatti.
Per fare qualche esempio, Obama è per la pace in Medio Oriente, ma considera prioritaria su ogni altra considerazione la tutela della sicurezza di Israele; non è disposto ad accettare un Iran con l'arma nucleare e non esclude l'uso della forza contro di esso; vuole andarsene gradatamente dall'Irak, ma anche dedicare maggiori attenzioni all'Afghanistan, sia sotto l'aspetto strettamente militare che sotto quello realisticamente diplomatico, ed è sua intenzione di rinforzare sensibilmente il corpo dei Marines.
Tra i maggiori vantaggi che l'elezione di Obama può portare, rispetto a ciò che ci si sarebbe potuto attendere in caso di una vittoria di McCain, ci sono senz'altro una maggior facilità di superamento di contrasti come quello creatosi recentemente con la Russia, sul piano internazionale, e qualche attenzione in più rivolta al sociale e alla sanità pubblica, su quello interno.
La domanda che ci sorge spontanea, in conclusione, è quindi se, anche per chi si considera senza vergogna un conservatore nel contesto politico della nostra Italia, questo progressista americano possa rappresentare l'uomo in cui riporre le migliori speranze di qualche futura schiarita nell'incasinatissimo mondo in cui ci si ritrova a vivere.
Allo stato attuale delle cose, credo che si possa azzardare una risposta positiva al quesito.
Può darsi che gli "obamacons" siano una categoria destinata a crescere anche in Italia.
Tommaso Pellegrino

4 commenti:

marshall ha detto...

Un post di qualità, come al solito, con spunti originali. Come a dire: pochi ma buoni.
Io, personalmente, appena conosciuto l'esito delle urne, ho tirato un sospiro di sollievo liberatorio, dicendo: finalmente! Finalmente è stato eletto ed è finita. E' finita, e si torna a vivere normalmente, senza il rimbombo quotidiano di quell'evento. Non se ne poteva proprio più. Anch'io, al pari tuo, non avevo mai assistito ad un evento mediatico così frastornante. Eppure, nella mia vita, ho assistito a diverse elezioni americane.
Per me, per i problemi gravi che si troverà a dover affrontare il nuovo presidente, era stato ininfluente che vincesse l'uno o l'altro: tanto, nessuno dei due ha la bacchetta magica per risolverli, e dovranno di conseguenza forzatamente lavorare coralmente: I democratici avranno bisogno dei repubblicani, e viceversa. Altrimenti, queste elezioni procureranno tante delusioni, come anche tu accenni velatamente nell'articolo.
Un caro saluto.

Ombra ha detto...

L'elezione di Obama scontata come poche volte, ha portato che tutto il mondo è diventato improvvisamente "Obamiano" come se la sua elezione fosse a capo supremo di qualcune nazione...mentre rimane sempre solo il presidene USA. (non dico che bisogna sminuire la carica di cosidetto uomo più potente al mondo...). Critico invece il fatto che spesso le persone che fanno veglie "di preghiera...verso la nuova alba" e che si riempiono la bocca di slogan obamiani..spesso non sanno neanche quando si elegge il parlamento EUROPEO o che compiti ha...
Ora è di moda essere OBAMIANI..e sostenitori del PD si sentono ora più felici perche "uno dei loro" è alla Casa Bianca..cose se importasse l'appoggio di Weltroni e soci ....al neo presinte USA.
Devo però fare i complimenti al neo presidente eletto per l'idea di avere con se alcune delle più esperte persone che hanno fatto parte delle aministrazioni Repubblicane e che ha subito incontrato lo sconfitto MC Cain, per chiedere consigli anche a lui per le nuove direttive per la neo amministrazione.
E che il primo discorso pubblico da appena eletto ha posto il punto sulla situazione mediorientale ed in particolare contro la corsa per il nucleare IRANIANO.
Questo deve aver fatto gelare freddo "gli amici" arabi che pensavano di avere un loro amico alla Casa Bianca
http://latavernadiombra.blogspot.com/

Nessie ha detto...

Quoto Marsh: ininfluente ai fini della crisi peggiore degli ultimi 70 anni.
C'è semmai, il rischio di far vivere gli Americani in un interminabile Truman show per fargli dimenticare la drammaticità di quanto vivono. Sullo stesso tema questo bell'analisi:
http://etleboro.blogspot.com/2008/11/obama-il-nuovo-presidente-degli.html

Massimo De Muro ha detto...

ho riportato sul blog il commento che Ro Sa ha fatto sulla pagina "il trovalibri" su facebook. ho fatto copia incolla